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11 OTTOBRE - SEMINARIO

Il convegno «Io amo la scuola»
Silvano Petrosino:
«Educare significa aiutare
ad allargare gli orizzonti»

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«Per molti insegnanti, entrare in classe ogni mattina per aiutare ogni ragazzo a crescere è più uno scopo di vita che una professione. È per questo che guardo con estremo interesse le tematiche affrontate oggi, così interessanti quanto fondamentali per ognuno di noi». È con un sincero augurio di buon lavoro che il Provveditore agli Studi di Cremona Francesca Bianchessi ha aperto sabato 11 ottobre nel Seminario di via Milano il convegno «Io amo la scuola» dedicato ad insegnanti ed educatori promosso dagli uffici diocesani per la pastorale giovanile, familiare e scolastica.

Photogallery del convegno

Contributi audio (mp3):

Perno del confronto l’amore per la scuola, apertamente dichiarato da Papa Francesco lo scorso maggio e vero motore della missione educativa di ogni insegnante: insegnanti per i quali il compito di educare reso ogni giorno più difficile da una crisi culturale in cui i percorsi umani sembrano essere adombrati dai risultati cui pervengono, nel nome di modelli più virtuali che virtuosi, più idolatrati che presi ad esempio.

È per provare a sciogliere alcuni di quei nodi che attanagliano l’odierna immagine dei docenti che si sono susseguite, introdotte da Daniela Malabarba, le relazioni di Luisa Tinelli – docente del liceo scientifico Aselli – e Silvano Petrosino, docente di Semiotica e Filosofia teoretica all’Università Cattolica di Milano e Piacenza.

«La valutazione, oggi, è diventata obbligatoria in ogni campo», spiega Tinelli, «soprattutto nella scuola, dove sono i voti a dire quanto vale una persona». In questo contesto, in cui ognuno è posto costantemente sotto pressione, «il fallimento non è più tollerabile: l’immediatezza del buon risultato conta più dei frutti futuri, ma così facendo si legittima una cultura dello scarto che crea una fragilità cui è quasi impossibile riparare, una incapacità di reggere le delusioni senza precedenti». Una fragilità che immola sia il vincente, «il quale pretende di riuscire solamente grazie a sé stesso, senza bisogno degli altri», sia il perdente, «il quale, al momento dell’inciampo, necessita la vicinanza altrui».

«Educare», secondo Petrosino, «significa far alzare lo sguardo dal basso verso l’alto, significa mostrare agli alunni che c’è molto altro oltre a ciò che gli viene propinato ogni minuto dal piccolo mondo che li circonda; significa, in definitiva, allargare gli orizzonti». Certo che gli stimoli che la società porta con sé sono del tutto opposti: «l’odierna doxa pretende l’eccellenza, la riuscita, l’unicità; ma porta con sé un congenito egoismo che porta alla concezione secondo cui ognuno è primo ed unico centro del mondo: e questo nonostante una volta la nostra cultura, affermando che “gli ultimi saranno i primi”, dicesse chiaramente il contrario». Ma ciò è parte della natura umana: «Ognuno vede l’altro come un ostacolo a sé stesso, come un limite; al contrario è proprio l’accoglienza dell’alterità che umanizza l’uomo, perché lo obbliga al confronto, alla crescita, a quella che è l’essenza dell’avventura umana: tutti noi, invece, cerchiamo di resistere a quest’apertura che, contaminando il nostro mondo con qualcosa di diverso, ne mina le basi, e lo fa scoppiare».

È il clima culturale dei nostri anni a chiudere ogni orizzonte imprevisto e differente rispetto alla cultura di massa. E l’ha fatto «invitandoci a prevedere, e quindi a programmare qualsiasi ambito della nostra vita: ognuno viene identificato, classificato, calcolato, incanalato all’interno della mia progettazione. Ma questa progettazione uccide l’unicità che ognuno di noi porta dentro di sé, anche se ci permette di eliminare l’inquietudine, l’insicurezza che ci complica la vita. Ma è l’apertura alla realtà che si addice agli uomini, non il tentativo di dominarla».

«Ogni vera educazione è, in fondo, un’apertura a qualcos’altro. Ma se un professore può obbligare il ragazzo ad ascoltare, non può invece obbligare il ragazzo a comprendere. Quello dei genitori e degli insegnanti è un compito fondamentale e difficilissimo allo stesso tempo: si tratta di combattere continuamente i falsi miti della contemporaneità. Si tratta di insegnare che la cultura serve ad essere migliori, e non i migliori. Ma è proprio qui che sta un enorme valore, che non può essere sostituito da nulla altro».

È seguito il dibattito e alcune comunicazioni da parte di don Claudio Anselmi, responsabile dell’ufficio scuola.

Giovanni Cervi Ciboldi

 

I prossimi appuntamenti formativi

La riflessione di sabato 11 ottobre proseguirà un breve, ma intenso percorso culturale per la formazione di insegnanti, genitori ed educatori promosso anche quest’anno dalle Associazioni AIMC, A.Ge, CIF, FISM, DIESSE e UCIIM di concerto con gli Uffici diocesani per la Pastorale scolastica, familiare e giovanile. Due incontri che si terranno presso il Centro pastorale diocesano di Cremona (via S. Antonio del Fuoco, 9/A).

Sabato 21 febbraio (ore 16), al Centro pastorale diocesano, una nuova occasione di confronto sul tema «Generare frutti o produrre risultati?» con il prof. Pierpaolo Triani che proporrà le esperienze concrete di chi la sfida di educare al reale, cioè al vero, al bello e al bene, l’ha già fatta propria, assieme alla certezza che il frutto che, nella pazienza, si attende di veder crescere, è un «Io» lieto perché cosciente della propria consistenza e perciò capace di stare da uomo nelle circostanze. Nell'incontro sarà dato spazio a interventi educativi di esperienze concrete in merito a scuola, oratorio e territorio.

L’ultimo passo del percorso sarà il 10 aprile (ore 17 - Centro pastorale diocesano). L'obiettivo sarà riportare al centro della riflessione la figura dell’insegnante. Insieme alla prof. Sonia Claris e l’intervento delle associazioni professionali proponenti, si lavorerà sul tema "Rilanciare l’etica della professionalità docente". Ancora un rimando a Papa Francesco che evoca la figura della sua maestra, quella donna che lo ha preso per mano quando aveva sei anni e che lui dice di aver avuto presente per tutta la vita; quale docente non vorrebbe essere ricordato così, non per un sentimentalismo un po’ nostalgico, ma perché ha davvero voluto il bene di quei bambini e ragazzi che gli sono stati affidati e li ha portati con sé nell’avventura della conoscenza e quindi della vita.

Parafrasando il titolo dato all’intero percorso di lavoro, per fare scuola nel tempo della crisi occorre allora che ciascuno sia disposto a scommettere su questa domanda: «Io amo la scuola?».

 

 

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