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INTERVISTA

Nel 1970 don Tonino Bini
fu consacrato da Paolo VI:
«Esser ordinati da un beato?
Richiede un impegno maggiore»

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Il giorno della beatificazione di Papa Paolo VI è stato molto speciale per don Tonino Bini, sacerdote mantovano classe 1942 (è originario di Cividale) oggi in servizio presso il Santuario di Caravaggio, che proprio da Papa Montini fu ordinato sacerdote il 17 maggio 1970. Un fatto allora inaspettato che oggi assume un valore ancor più particolare. Ne abbiamo parlato proprio con don Tonino.

 

Don Tonino, le fu ordinato presbitero in San Pietro da Papa Paolo VI. Come mai questo onore?

«Quell’anno ricorreva il 50esimo di Messa di Paolo VI e i vescovi vollero fargli un regalo particolare: un prete per ogni diocesi e istituto. Così il 7 aprile 1970 in Seminario, insieme ai miei undici compagni di classe e al rettore mons. Balossi, sorteggiammo chi avrebbe dovuto essere il rappresentante della Chiesa cremonese. Mettemmo tutti i nomi nella coppa e uscì il mio. Un mese dopo ero prete».

Che ricordo ha di quel 17 maggio 1970?

«La celebrazione fu nel pomeriggio: iniziò alle 17 e durò più di 3 ore. Mi ricordo che guardai l’orologio ed erano le 20.15. D’altra parte eravamo 278. Dire che ero emozionato è poco: non è così facile essere consacrato da un Papa. Concelebranti principali erano otto cardinali. Ma fu proprio Paolo VI a imporre le mani a tutti, così come scambiò la pace con tutti noi. In quel momento ne approfittai per parlargli: dalle riprese cinematografiche si vede chiaramente che stetti di fronte a lui un po’, tanto che mons. Noè, il cerimoniere, intervenne».

Che cosa disse al Papa?

«C’era stata una sorta di scommessa con i miei compagni di classe se sarei riusciti a salutare il Papa da parte loro. E, come testimonia il filmato, lo feci, ricordando quando da arcivescovo di Milano era venuto a Cremona per S. Omobono. Lui naturalmente non rispose nulla, ma accennò con la testa».

Fu una grande festa anche per chi aveva avuto la possibilità di seguirla a Roma?

«Sì, eravamo tutti molto emozionati. Ricordo che c’era il rettore mons. Balossi, il padre spirituale del Minore don Albertoni e il mio parroco. In seminario seguirono l’ordinazione in televisione, visto che la Rai fece una diretta. Io ero il primo di una delle file di ordinati, se non sbaglio dalla parte della statua di San Paolo. La telecamera era proprio da quel lato, così fui anche immortalato con diversi primi piani».

Iniziò così un legame speciale con quel Papa?

«Sì, accomunato anche dal Santuario di Caravaggio. Negli anni partecipai a diverse sue udienze. Ed ebbi anche modo di ascoltare il suo racconto di quando, da bambino, si ammalò e fu portato da sua mamma proprio al Santuario di S. Maria Del Fonte. Era molto riconoscente alla Madonna di Caravaggio, che ricordava con tanto affetto dicendo che l’aveva guarito. A Caravaggio era stato anche insieme ai Vescovi lombardi durante la prima fase del Concilio».

Cosa le è rimasto nel cuore della figura di questo Papa?

«La sua semplicità, l’umiltà, il sorriso, stupendo e semplice. E l’accoglienza verso le persone. Certo non fu trattato bene durante i suoi viaggi: al ritorno una volta trovò l’aborto, l’altra il divorzio. Ricordo quando andò all’ONU, presentando una Chiesa “esperta in umanità”. E poi il suo intervento per la liberazione di Aldo Moro e la sua presenza, quasi piangente, ai funerali, ai quali assistette. Non si può poi non menzionare tra le encicliche quella più importante per la società: la Populorum Progressio, profetica, non ancora messa in pratica, una bella programmazione anche per il mondo d’oggi. E poi quel documento che è la difesa della dignità della donna, e direi anche dei popoli poveri: l’Humanae Vitae».

Come ha vissuto il giorno della beatificazione?

«Solitamente io non dico Messa al Santuario: in questa occasione, invece, ho chiesto di poterlo fare. Ho presieduto l’Eucaristia delle 11.30. Nell’omelia ho riflettuto naturalmente sul Vangelo, ma con un riferimento anche a Paolo VI. Domenica il Vangelo era quello di Cristo e la politica e proprio Paolo VI aveva detto che l’impegno in politica dovrebbe essere il più grande gesto di carità».

Come ci si sente a sapere che a imporle le mani è stato un beato?

«Mi fa tanta impressione. Perché non si può essere consacrati da un beato e far finta di niente. Questo chiede un impegno ancora maggiore. E poi questo comporta anche di offrire il pranzo ai miei compagni di classe: ho detto che lo farò, ci mancherebbe, e loro stanno già pensando al prossimo regalo che dovrò fare loro quando Paolo VI sarà proclamato santo».

L'omelia di Paolo VI il 17 maggio 1970

 

 

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