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23 OTTOBRE - CENTRO PASTORALE

«La Chiesa di Papa Francesco?
Gioiosa e sempre in uscita»
L'Evangelii Gaudium
spiegata da don Marco Sozzi

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Un'esortazione apostolica programmatica e dalle conseguenze importanti che spinge tutte le comunità cristiana sparse sulla terra a passare dalla «semplice amministrazione» ad «uno stato permanente di missione». Questa è l'Evangelii Gaudium di papa Francesco presentata da don Marco Sozzi, officiale del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, durante l'incontro di giovedì 23 ottobre al Centro Pastorale diocesano. A pochi giorni dalla celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale la serata ha voluto essere occasione per ritrovare piste di riflessione e di azione missionaria a partire dal magistero del Pontefice argentino.
 
 

Tra le novità di questo testo corposo e organico il fatto che pur riprendendo alcuni punti del Sinodo «Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» celebrato dal 7 al 28 ottobre 2012, esso ha un respiro ben più ampio testimoniato anche dall'abbondante ricorso a citazioni del magistero di alcune conferenze episcopali nazionali o regionali. «Cosa inusuale - spiega Sozzi - e piuttosto nuova, che esprime una sottolineatura presente in tutto il documento: l'importanza del discernimento e del discernimento pastorale, nella vita della Chiesa, oggi. Non è pensabile un'azione pastorale che possa essere "omologata", cioè identica in tutte le latitudini». Da non dimenticare poi quanto Evangelii Gaudium sia debitrice dei grandi documenti del magistero precedente, in primo luogo di Evangelii nuntiandi di Paolo VI.
 
Nel suo intervento don Sozzi ha elencato tre parole chiave per comprendere in profondità il testo: gioia, uscita e periferie. «È stato rilevato - ha chiarito il sacerdote di origini lodigiane - che il tema assume un valore centrale nell'insegnamento di Jorge Mario Bergoglio, anche molto prima di essere eletto Papa... Penso sia chiaro che per Francesco la gioia che il cristiano è chiamato a testimoniare proviene dalla consapevolezza che in Cristo ogni uomo incontra la verità di sè stesso, il senso che va cercando nella propria esistenza». La gioia non ha nulla di teorico o intellettuale ma è «il segno dell'incontro con Cristo e del lasciarsi convertire, trasformare da lui. Ecco allora il richiamo continuo a vivere nella semplicità e nella sobrietà: esse sono il risvolto pratico di quell'abbandono fiducioso che deriva dalla contemplazione del Signore Risorto i cui frutti sono la gioia e la consolazione».
 
Prendendo come punto di partenza la gioia - non certo il più facile - Bergoglio invita le comunità «alla serenità di giudizio, ad assumere un atteggiamento di fede nel leggere la situazione, difficile e dolorosa, che ci circonda. Il Papa non parla di gioia per nascondere i problemi reali, ma perchè sa che nella fede del Signore morto e risorto, la Chiesa può affrontare le situazioni difficili assumendo un atteggiamento di semplicità serena». In ultima analisi la gioia necessita di un discernimento evangelico che metta al bando l'eccesso diagnostico della realtà così come la consapevolezza di essere in stato di assedio permanente, anche perchè la cultura pur sembrando così lontana dal Cristianesimo, ne conosce benissimo la lingua.
 
«Uscita» è la seconda parola d'ordine individuata da don Marco Sozzi. Essa è l'espressione dell'impegno per la trasformazione missionaria della Chiesa che Papa Francesco individua come priorità essenziale in questa «nuova tappa» dell'evangelizzazione. Nelle pagine dell'esortazione dove si parla di questo aspetto il Papa arriva ad essere quasi pungente nell'incitare una Chiesa che spesso si è chiusa in se stessa, rinunciando ad uscire, cioè ad essere fedele al mandato del Signore nell'impegno di portare il Vangelo ad ogni uomo». Il Pontefice stigmatizza certe «strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore e di «sognare una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa perchè le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino una canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione».
 
Bergoglio insiste sul fatto che ciascun battezzato è un soggetto attivo dell'evangelizzazione, egli deve essere al tempo stesso discepolo e missionario, nella consapevolezza che la fede si rafforza donandola. Occorre il coraggio di uscire anche se non ci si sente totalmente pronti: «per testimoniare la fede serve semplicemente avere una fede capace di sostenere l'atto di uscire». Ciò, però, non significa snobbare la formazione dei laici e del clero.

Infine periferie esistenziali. Esse sono quel "luogo" - non in senso fisico soltanto - verso il quale lo Spirito spinge i discepoli missionari affinchè portino la luce del Vangelo. Sono i confini delle città dove vivono in condizioni umane e morali degradate milioni di persone, ma sono anche i luoghi del disconoscimento di Dio, dell'ingiustizia, del dolore, della solitudine, del senso della vita.

Tra i temi molto cari a Bergoglio spicca senza dubbio la capacità dei poveri di essere degli evangelizzatori. «Cosa vuol dire - ha approfondito don Sozzi - che dobbiamo lasciarci evangelizzare dai poveri? Essi ci evangelizzano perchè ci dicono chi è il discepolo-missionario: uno che non si installa al centro, ma che si sa decentrato perchè chiamato e mandato. In altri termini i poveri ci insegnano a dare senza sperare di ricevere in cambio, che è precisamente ciò che è chiamato ad essere il discepolo».

È chiaro che per fare tutto questo occorre convertirsi... altra parola chiave di un documento ricco di provocazioni.

 

 

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