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2 NOVEMBRE

La preghiera al cimitero:
«La speranza dei giusti
è piena di immortalità»
E il Vescovo cita Reyhaneh
la giovane impiccata in Iran

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«La vera morte non è quella che pone termine alla vita terrena, ma quella che San Francesco definiva “seconda” e che allontana da Dio per sempre». Mons. Lafranconi nella tradizionale preghiera al Cimitero di Cremona nel pomeriggio del 2 novembre, commemorazione di tutti i fedeli defunti, ha impostato la sua riflessione sul passo del libro della Sapienza che afferma che la speranza dei giusti «è piena di immortalità», mentre il destino degli empi, di coloro cioè che hanno vissuto la loro esistenza nel segno dell’egoismo e del proprio piacere personale, è di totale sconfitta. Moltissimi i cremonesi che approfittando dalla giornata festiva e di un pomeriggio tiepido hanno partecipato al rito: in prima fila il sindaco Gianluca Galimberti in fascia tricolore. Diversi i sacerdoti della città presenti in camice e stola viola, tra di essi il cappellano del cimitero don Oreste Mori e il vicario zonale don Giampaolo Maccagni. I canti sono stati diretti da don Graziano Ghisolfi e accompagnati all'organo da Michele Bolzoni.

Ascolta l'omelia del Vescovo Lafranconi

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Nella sua articolata omelia il presule ha esordito sottolineando che non si è può trattare della morte senza chiamare in causa Dio: o per accusarlo di una fine troppo repentina o per affidarsi a lui con totale fiducia.
«La morte – ha spiegato il vescovo Dante - è il momento completivo della vita terrena durante il quale non solo saremo chiamati a giudicare quanto abbiamo fatto, ma saremo giudicati dal Signore stesso». E Dio, così afferma la Scrittura, separerà  gli empi - cioè coloro che hanno vissuto ricercando in maniera esasperata il proprio godimento, il proprio piacere e la propria esaltazione anche a scapito degli altri - dai giusti - coloro che sono stati fedeli alla volontà di Dio e che per questo sono stati anche perseguitati -.

Per la prima categoria – gli empi – la morte sarà un’esperienza tragica perché essi saranno introdotti in uno stato di lontananza, anzi di opposizione a Dio. Tutt’altro destino per i giusti che già sulla terra posseggono una speranza «piena di immortalità». Tale speranza è arricchita anche dalla testimonianza di Cristo che è morto e risorto per tutti gli uomini.

Al termine della sua omelia mons. Lafranconi ha portato all’attenzione di tutti la testimonianza di un giusto di oggi, anche se non cristiano: Reyhaneh Jabbari, la giovane donna iraniana di 26 anni impiccata per aver uccisio il proprio stupratore. Ella scrisse alla madre prima dell’esecuzione: «Sai bene che la morte non è la fine della vita. Mi hai insegnato tu che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione e che ogni nascita porta con sé una responsabilltà. Ho imparato che a volte bisogna combattere». E poi continua «Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare anche fino alla morte per i valori». E ancora: «Non voglio che i miei occhi e o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplica le autorità perché subito dopo la mia impiccagione  il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno». E così conclude: «Un giorno ci troveremo tutte e due davanti a Dio e allora sarà lui che darà il giudizio giusto anche nei confronti di coloro che mi hanno condannata. Avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene. Vediamo quel che vuole Dio».

Così ha commentato il presule: «Le parole piena di immortalità di questa donna iraniana, non cristiana, si uniscono alla testimonianza di tanti uomini e donne che proprio a motivo della loro fede cristiana continuano a offrire la propria vita. Anche la loro speranza è piena di immortalità e chi la riempie di immortalità è colui che è risuscitato come primo ma non come l’unico: Cristo, infatti,è  il capofila di una schiera innumerevole di uomini e donne».

«La vera morte – ha concluso il vescovo Dante - non è quella che pone termine alla vita terrena, ma quella che San Francesco definiva “seconda” e che allontana da Dio per sempre».

(ha collaborato Matteo Lodigiani)

 

 

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