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3 NOVEMBRE - CENTRO PASTORALE

Nella prima delle tre serate
per dirigenti del CSI
relazione di coach Pancotto:
«Gli adulti che non riconoscono
i limiti dei propri figli
generano mentalità dopanti»

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Si è svolta lunedi 3 novembre al Centro Pastorale diocesano la prima sessione della «Tre sere dirigenti» del CSI Cremona. Davanti a 150 tra allenatori e dirigenti il presidente provinciale Daniele Zanoni ha subito passato la parola per un saluto al sindaco di Cremona, prof. Gianluca Galimberti: «Esprimo innanzitutto gratitudine per il presidio educativo che voi rappresentate e rendete possibile. Abbiamo bisogno di luoghi in cui le persone si incontrano e adulti educatori sostengono i più piccoli, li incontrano e li accompagnano. Lo sport che praticate, racconta una serie di valori. Nel CSI esiste un concetto di merito che tocca anche la mia vita: voi insegnate che il merito è dare il meglio di sé. Lo vedo per i miei figli, per mia figlia. Il connubio sport-handicap lo dice. La società del merito è questa».

L'ospite d'eccezione, come nella tradizione della tre sere dirigenti, quest'anno proveniva dal mondo del basket: Cesare Pancotto, coach della Vanoli, punta di diamante cremonese a livello nazionale.
Presente anche il prof. Radi, moderatore della serata, accanto a Francesco Della Noce che ha portato con sé l'esperienza del progetto CSI per Haiti: un percorso di recupero della pratica sportiva in un luogo martoriato dalla ribellione della natura e dalla povertà. Come ricorda spesso Massimo Achini, presidente nazionale CSI, «un bambino ad Haiti è come un bambino in Italia, un pallone ad Haiti è un pallone come in Italia». Davanti ad una società ferita e prostrata, si sono creati i presupposti umani per un recupero di proposta, cui aderivano anche ragazzi che si vedevano costretti a sobbarcarsi un'ora di cammino.  Il prof. Radi nei suoi incalzanti interventi ha rimarcato la questione dei modelli che influiscono sulla formazione dei più giovani.

Il coach Pancotto ha esordito insistendo su di un'ipocrisia di fondo del mondo adulto che scivola fatalmente sulla delega: «Non sono gli altri, ma sono io soggetto educante. È dalla base che si costruisce un modello educativo, non al vertice. Il modello non è generato dalla società sportiva di vertice che per lavoro mette nelle condizioni di vivere il professionismo. L'educazione parte dalla base o così dovrebbe. Purtroppo non è la scuola, ma sono le società che fanno sport, con l'obiettivo di vincere. Sono convinto che anche gli allenatori professionali non debbono dimenticare ed essere educatori, per di più di atleti che provengono da mondi diversi. Il modello educativo è l'uomo. Quando un adulto non coglie anche i limiti dei figli, genera la mentalità dopante, che non è solo ingerire sostanze proibite. Il cambiamento della società riscrive il senso anche del sacrificio e della fatica, spesso contrattata con il successo e il risultato. È dentro questo scenario che siamo chiamati ad essere modelli, ad avere un'etica, non quella delle regole, ma quella delle relazioni quotidiane».

Ed ha continuato: «Allenatori e dirigenti sono sotto i riflettori. Attenzione: non ci può appartenere il vittimismo o l'alibi. occorre notare lo sport che si rappresenta e l'uomo che lo interpreta». Pancotto non ha dimenticato di recuperare il fondamento della propria esperienza umana e sportiva: l'Oratorio di Porto S. Giorgio nelle Marche.

A chiudere il dibattito don Paolo Arienti, responsabile della pastorale giovanile diocesana e consulente CSI: «Saper generare, nelle situazioni più concrete delle palestre, dei campi e degli spogliatoi è un onore e un onere che richiede di realizzare con forza e con determinazione il senso del presidio adulto. Che serve e che è insostituibile».

Prossimo appuntamento martedì 11 novembre sempre al Centro Pastorale di via S. Antonio del Fuoco 9.

 

 

 

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