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14 NOVEMBRE - CATTEDRALE

Le esequie di mons. Placchi
celebrate dal Vescovo Dante:
«Un prete allo stesso tempo
libero e obbediente»

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Sono state celebrate all'indomani della solennità di Sant'Omobono le esequie di mons. Stelio Placchi, uno dei sacerdoti più anziani del presbiterio. Originario di Belforte era stato ordinato sacerdote nel 1943 e nel corso degli anni aveva ricoperto incarichi sempre più importanti: fu successore di Mazzolari a Bozzolo, poi arciprete di Caravaggio e quindi canonico della Cattedrale, officiale di Curia e infine vicario episcopale per la vita consacrata. Negli ultimi anni si era ritirato all'Istituto San Giuseppe di via Altobello Melone, amorevolmente accudito dalle suore Carmelitane del Divin Cuore di Gesù fino alla sua morte avvenuta presso la clinica «Ancelle della Carità» di Cremona nel pomeriggio di mercoledì 12 novembre. I funerali, celebrati in Cattedrale, sono stati presieduti dal vescovo Lafranconi attorniato dal Capitolo della Cattedrale e da una ventina di sacerdoti. Tra di essi l'attuale parroco di Bozzolo don Gianni Maccalli e quello di Caravaggio mons. Angelo Lanzeni. Terminato il rito, il feretro è stato portato nella chiesa di Belforte dove alle 15 è stata impartita una benedizione, quindi la tumulazione nel cimitero locale.
 
 

Nell'omelia mons. Lafranconi ha ricordato i diversi incontri avuti con mons. Placchi: «Egli attendeva l'arrivo del Signore e non si capacitava che lo facesse aspettare così tanto».
 
L'attesa di questo incontro ha caratterizzato tutta l'esistenza del sacerdote mantovano conferendogli un senso di grande responsabilità e discernimento sia per la sua vita personale sia per il ministero pastorale.
 
Egli, in modo particolare, seppe contemperare l'obbedienza alla libertà: non seguì le indicazioni dei suoi vescovi in maniera pedissequa, ma le assunse sempre in maniera ragionata. Illuminante, a tal proposito, la lettera che don Stelio scrisse al suo Vescovo nell'imminenza del suo trasferimento a Bozzolo, successore di Mazzolari: «Non voglio impreziosire la mia accettazione. Spero di trovare sempre la stessa carità e paterna bontà e pietà che mi ha consolato nel gennaio del 1958 (quando andò a Solarolo, n.d.r.). Da allora si è avverato qualcosa di più virile in me, una capacità nuova venuta da una svolta improvvisamente forte e secca nel ragionamento di Vostra Eccellenza, che ha messo a confronto la mia resistenza con l'obbedienza; il mio orgoglio nascosto nella diffidenza di me e nella paura di bruciarmi come altri con le esigenze della vocazione. Non so se Vostra Eccellenza abbia intuito la tempesta del mio animo, comunque le parole dettemi sulla porta al congedo, furono la conclusione più bella della predica più terribile ascoltata nella mia vita. E furono efficaci entrambe».
 
Mons. Placchi obbedì facendose una ragione e quando il Vescovo cinque anni dopo gli propose di divenire direttore spirituale del Seminario obiettò sommessamente: «Preferisco la vita di una parrocchia, questa che ho ha le sue croci quotidiane e le sue gioie, ogni altra avrebbe lo stesso tono. Non desidero nè o mai pensato a cambiamenti; anche nelle ore pesanti ho sempre creduto che era bene per me e per le parrocchie accettare quello che il Signore mandava. Ho desiderio di essere un buon prete, non mi agito per essere valorizzato. Assolutamente non mi vedo in Seminario».
 
E così ha commentato il Vescovo: «Egli fu obbediente riconoscendo il disegno di Dio anche attraverso le mediazioni umane che erano sì la voce del Vescovo, ma anche tante circostanze come la misurazione delle proprie capacità e del proprio sentire. Tutto sempre dentro una prospettiva che mette in primo piano l'obbedienza come servizio e la libertà come capacità di assumerne la responsabilità».
 
«Ogni volta che parlavo con mons. Placchi - ha proseguito il presule - vedevo questa capacità di abbinare obbedienza e libertà in una resposnabilità assunta personalmente. Ed è in fondo una responsabilità che nasce dalla capacità di amare nella verità. Mi sembra proprio che don Stelio non avesse peli sulla lingua: egli amava la verità, ma soprattutto le persone che incontrava»
 
E infine: «Negli ultimi anni si lamentava sempre delle sue condizioni fisiche però era disposto ad offrire al Signore nella consapevolezza che l'offerta anche sofferta era un modo autentico e concreto per contribuire al bene della Chiesa.  E continuava ad affermare: è bello fare il prete perchè tutti i giorni posso dire Messa»
 
 
 
Mons. Stelio Placchi
 
 
Mons. Stelio Placchi era nato a Belforte (provincia di Mantova, ma diocesi di Cremona) il 3 febbraio 1920 ed era stato ordinato sacerdote il 10 aprile 1943. È stato vicario a Calvatone (1943-1951) e a Sant'Ilario a Cremona (1951-1958). Nel 1958 è stato promosso parroco di Solarolo Rainerio, ma già l'anno successivo veniva trasferito a Bozzolo successore di don Primo Mazzolari. Nel 1964 un nuovo prestigioso incarico: arciprete di Caravaggio. Dal 1975 al 1993 è stato delegato vescovile per la vita consacrata, dal 1984 al 1993 responsabile dell'ufficio liturgico, dal 1989 al 1997 direttore del bollettino ufficiale della diocesi e dal 1993 al 1997 vicario episcopale per la vita consacrata. Dal 1973 era canonico del Capitolo della Cattedrale.
 
 
L'intervista del 2013

Nel marzo 2013 il nostro portale ha intervistato mons. Placchi che proprio in quell'anno, dall'alto dei suoi 93, festeggiava il 70° di ordinazione presbiterale. Ecco il testo e l'audio.

Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi presso la Casa S. Giuseppe e S. Lorenzo, che le Carmelitane del Divin Cuore di Gesù gestiscono a Cremona, nella centralissima via Altobello Melone, a poche centinaia di metri dalla Cattedrale, nel territorio parrocchiale di S. Imerio.

Lo scorso 3 febbraio mons. Placchi ha compiuto 93 anni. Età che si fa sentire negli acciacchi, ma non offusca certo la lucidità dell’anziano canonico, entrato nel Capitolo della Cattedrale nel lontano 1973. Il pensiero va subito all’imminente Messa del Crisma. «Non so se potrò esserci – spiega con un po’ di malinconia mons. Placchi – se i dolori reumatici si fanno sentire come ieri». Poi la precisazione: «Il mio anniversario di ordinazione sarà il 10 aprile».

Iniziamo la chiacchierata partendo dalle origini: la sua vocazione. «Io non ho mai avuto dubbi che sarei diventato prete», è la risposta decisa, con il pensiero che va all’infanzia. Al papà che scherzando sulle sue braccia cicciottelle da bambino gli diceva che avrebbe potuto fare il casaro egli rispondeva deciso, in dialetto mantovano: «No, me fo el pret». Poi i ricordi di seminario, la sua classe composta da cinquanta compagni e l'ordinazione nel 1943 con altri quattordici confratelli, tutti già in Paradiso.

Si ripercorrono rapidamente gli anni di ministero. Prima vicario a Calvatone negli anni Quaranta, poi a S. Ilario, a Cremona, negli anni Cinquanta. Tanti ricordi che affiorano. Da giovane prete di 23 anni che si trovava a proprio agio con i bambini dell’asilo, ma con qualche difficoltà ad approcciarsi con i giovani di 30 anni a cui veniva spontaneo dare del lei. Timori superati con il passare del tempo e l’esperienza. Tanto donato e tanto ricevuto. L’emozione trapela ancora quando ripensa al gruppo giovanile di S. Ilario, ragazzi «in gamba» che spontaneamente trovavano spazio per la preghiera e la riflessione: «davvero edificanti». 

Nel 1958 la promozione a parroco di Solarolo Rainerio. Solo una piccola parentesi visto che già l’anno successivo è chiamato a Bozzolo per sostituire don Primo Mazzolari. «Eravamo molto amici», precisa subito, quasi con orgoglio, confidando degli incontri settimanali che faceva insieme all’arciprete di Calvatone: Mazzolari affidava loro le ultime pubblicazioni che riceveva dalle case editrici. «Non aveva tempo e ci chiedeva di leggerli. Poi la settimana successiva ne discutevamo insieme». Una confidenza e una stima reciproca tale che don Mazzolari avrebbe voluto proprio don Stelio come vicario della chiesa della Ss. Trinità di Bozzolo.

Mons. Placchi ricorda il modo di predicare di don Primo, con quelle omelie quasi gridate, affascinanti e coinvolgenti, nonostante la loro semplicità di contenuto. 

Ovviamente non si può non far menzione all’iter per il processo di beatificazione recentemente approvato. «Quando l’ho saputo – confessa l’anziano sacerdote – sono rimasto un po’ freddo: nella Chiesa per valutare una persona occorre proprio la sanzione di una beatificazione o di una canonizzazione? Non ci possono essere figure esemplari anche senza questa sanzione? Poi ho pensato: certo che serve, perché non sia soltanto un’ammirazione umana, ma un motivo di ispirazione e devozione. Quindi pian piano mi sono convito». Proprio per questo mons. Placchi sottolinea con insistenza come insieme a don Mazzolari ci sia anche il Vescovo Cazzani, «due figure contemporanee nella mia vita e in quella dei sacerdoti dei miei anni». Mons. Placchi ci tiene molto a don Mazzolari ma insiste a precisare: «Non tutti approvavano le idee di don Primo, perché sembrava fosse un rivoluzionario, ma era uno che anticipava il clima. Attualmente Papa Francesco nella sua condizione di pastore ha superato di gran lunga gli atteggiamenti pastorali di don Primo». E poi una dura critica: «Mi fa pena – afferma il sacerdote – che molte volte si intenda don Primo, che era così affezionato alla Chiesa, come un contestatore, come uno che finalmente ha cambiato le cose. Oggi a tutti viene spontaneo dire che la Chiesa sta cambiando, ma non cambia la dottrina: cambiano le forme».

Poi il riemergere di tanti bei ricordi. A partire dall’impegno per la Vita Consacrata (fu delegato episcopale dal 1975 al 1997) con gli Ordini religiosi capaci di accettare i cambiamenti conseguenti al Vaticano II, mutando le loro abitudini e impegnandosi per una sempre maggiore formazione. Quindi la liturgia (diresse l'ufficio per il culto diocesano per il culto divino dal 1984 al 1993) e la proficua collaborazione con don Piazzi e don Cavagnoli che portò alla stesura del messale e del lezionario del Proprio diocesano. E ancora i tanti giovani che ha accompagnato in Seminario. 

Ma momenti di difficoltà non sono certo mancati. «Un parroco – spiega con un sorriso – non può essere sempre contento: se dice che va tutto bene guarda solo a quelli che ha attorno, non ai lontani». E la mente va anche al periodo più difficile: gli anni della contestazione. Allora parroco della popolosa Caravaggio (1964-1973) ha dovuto fare i conti con una religiosità che mascherandosi come più “moderna” cercava in realtà solo la comodità e l'assecondamento dei propri interessi. «Ho pianto, ho sofferto», confessa rivivendo ancora quei momenti.

E tra i tanti pensieri non manca quello per i suoi genitori. Il papà, morto quando aveva cinque anni, e la mamma che, pur non interferendo mai con le sue scelte e il suo agire, «è stata la custode della mia vocazione».

Oggi, dopo 70 anni di sacerdozio, il suo modo di svolgere il ministero è molto cambiato. A causa di problemi di vista non riesce più a dire il breviario e lo recita seguendo la radio. Ascolta le notizie in tv e alla radio confrontandole con la Radio Vaticana per essere certo non vi siano storture. Tanti i rosari sgranati ogni giorno. Non riesce più a celebrare Messa da solo, ma quotidianamente concelebra: «È bello fare il prete perché tutti i giorni posso dire Messa. Questa è la gioia più grande del mio settantesimo di presbiterato. Anche adesso che non posso più celebrare direttamente, ma concelebro».

Il pensiero infine per i compagni di Messa che hanno concluso il loro ministero terreno. Anche a loro andrà il ricordo nella celebrazione del Giovedì Santo in cui, durante la Messa del Crisma, si menzioneranno quanti sono saliti al cielo dal giovedì Santo dello scorso anno ad oggi: don Ivan Martini, don Giancarlo Lazzarinetti, don Enrico Ripari, mons. Carlo Valli, mons. Raffaello Galli, don Luigi Furlotti e il diacono permanente Giuseppe Mori.

 
Ascolta l'intervista audio (mp3):
La vocazione        Don Mazzolari         70 anni da prete
 

 

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