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A PALAZZO COMUNALE

Il Rapporto italiani nel mondo
presentato da mons. Perego
nel consueto appuntamento
della Settimana della Carità
Ricordato il vescovo Bonomelli

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Non è un paese per giovani, Cremona, e questo è noto: la città più vecchia della Lombardia, una delle più vecchie d’Italia e dell’intera Europa. Una città che muore. Ma anche una città che si svuota, stando al “Rapporto Italiani nel Mondo” presentato dal direttore nazionale di Migrantes, il cremonese mons. Giancarlo Perego, la mattina di sabato 15 novembre nella sala dei Quadri del Palazzo del Comune.

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Nel solo 2013 duemila e cinquecento persone hanno lasciato – forse per sempre – il territorio cremonese, valigie alla mano, aspirando un futuro migliore per se stessi e per la propria famiglia. Pochi? Molti? È come se, ogni anno, un piccolo paese del cremonese scomparisse dalla mappa, insieme ai suoi abitanti.

Eppure si dice che per uno che parte, un altro arriva: ed è senza dubbio proprio a questi ultimi che Rosita Viola, assessore comunale alla Trasparenza e vivibilità sociale, ha dedicato il discorso d’apertura della conferenza. «Perché i migranti italiani che vanno all’estero - si è chiesta - contribuiscono a migliorare quei paesi, mentre quando qualche straniero arriva qui si dice che toglie il posto di lavoro a qualcun altro? Senza dubbio il problema siamo noi. Perché non esiste un io senza un noi: certo, è senza alcun dubbio una frase fatta, ma ci aiuta a ricordare che non può esistere nemmeno un futuro senza immigrati».

Don Antonio Pezzetti, direttore della Caritas cremonese, ha ricordare però come, a fronte dei tanti che se ne vanno, «chi resta non può non occuparsi delle persone che ogni anno arrivano in città, le quali anziché un problema possono rivelarsi una risorsa».

Di stretta attualità anche l’intervento del Vescovo. «Gli episodi accaduti a Roma negli ultimi giorni - ha detto mons. Lafranconi - hanno rivelato due diversi tipi di reazione da parte dei cittadini. Da un lato l’aggressività dettata dall’emotività, che rende impossibile ogni dialogo, dall’altro il buon senso di rimettere le risposte in mano all’amministrazione della città. Lo stile cristiano è fatto di umanità, e ci chiede di essere persone che non si lasciano trascinare all’intero di luoghi comuni e reazioni emotive che non fanno altro che reclamare a gran voce quelli che, più che diritti, sono soltanto interessi privati. E non dobbiamo dimenticarci che anche noi, in fondo, siamo stati un popolo di migranti».

Ma lo siamo tuttora, come si evince dai dati esposti da mons. Perego. «Sembra di rivivere gli stessi problemi sui quali, all’Expo di Torino del 1898, furono chiamati a discutere come profondi conoscitori del problema l’allora vescovo di Cremona Geremia Bonomelli (di cui quest’anno ricorre l’anniversario della morte) e il Vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini. Anche allora l’emigrazione era un problema reale, tanto vivo da indurre Papa Benedetto XV a indire la “Giornata mondiale del migrante” per invitare i molti emigrati a tornare in patria: evento che sarà ripetuto anche il prossimo 18 gennaio 2015, in una giornata che porterà il nome di “Chiesa senza frontiere, madre di tutti”».

Ogni anno, quattro milioni e mezzo di italiani lasciano il paese alla ricerca di una nuova vita, stabilendosi altrove. Circa la metà salpa dal solo sud Italia, dove le prospettive di vita sono peggiori. Sempre di più, però, sono gli abitanti del nord che valicano le alpi verso la Germania, la Francia o la Svizzera. La maggior parte rimane in Europa; poco meno della metà attraversa l’oceano per approdare in Argentina o comunque nelle Americhe. Ad andarsene sono soprattutto i giovani, e meno di uno su tre farà ritorno in patria.

Quanto a Cremona, la situazione è parecchio critica: molti giovani partono, pochi immigrati arrivano. Il bilancio è negativo: per dieci che se ne vanno, uno solo giunge in città. È così che, in soli dieci anni, la provincia ha perso venticinque mila abitanti.

Ma se a tutto c’è rimedio, forse non serve nemmeno inventare nulla di nuovo per arginare l’emorragia demografica della provincia. Sostituire un cremonese con un immigrato è un’operazione che funziona solo dal punto di vista numerico, e nel breve periodo provoca stagnazione, non crescita. Ed è probabile che Geremia Bonomelli ci avesse davvero visto lungo quando diceva che, “se l’emigrazione non può essere proibita per legge, l’unica cosa che si può fare è stringere un patto sociale che ripensi profondamente lo stare insieme”, per accogliere chi arriva, ma anche per far tornare indietro chi è già partito.

 

 

 

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