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Ricordo di don Mazzolari
nel 125esimo della nascita
e nel 60° di "Tu non uccidere"
L'intervento del prof. Albertini

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Martedì 13 gennaio, nel 125° annivesario della nascita, nella parrocchia natia del Boschetto, a Cremona, è stato ricordato don Primo Mazzolari, uno dei più insigni sacerdoti cremonesi. La commemorazione si è svolta anche in un’altra coincidenza: il sessantesimo del libro «Tu non uccidere», uno dei testi più intensi e attuali del parroco di Bozzolo.

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Contributi audio (mp3):

Martedì 13 gennaio alle 16.30 una delegazione di rappresentanti di associazioni del volontariato (Acli Provinciali, Forum per la pace e il diritto dei popoli P. Mazzolari, Tavola cremonese della Pace, Forum Terzo Settore Cremonese, Fondazione Don Primo Mazzolari) si è recata davanti all’ingresso della cascina San Colombano di S. Maria del Boschetto, presso la targa che ricorda la nascita di Don Primo Mazzolari (13 Gennaio 1890), per celebrarne il 125° anniversario. È stata una cerimonia significativa e partecipata.

Alle ore 18, quindi, nel salone dell’oratorio si è svolta un’interessante conferenza, dal titolo “Sessant’anni di Tu non uccidere: dal centenario della Grande Guerra alle nuove inutili stragi nella Terza Guerra Mondiale”, tenuta dal professor Stefano Albertini, docente di italianistica presso la New York University. Il professor Albertini, originario di Bozzolo, ha studiato e approfondito il pensiero mazzolariano.

Dopo i saluti di Marco Pezzoni e del parroco, don Antonio Mascaretti, don Bruno Bignami, presidente della Fondazione Don Primo Mazzolari, ha introdotto il tema della serata sottolineando che parlare di pace, dopo gli avvenimenti di Parigi, sarebbe stato ancora più complicato. Ci si è chiesti allora se il messaggio che Don Primo Mazzolari indica nel suo libro “Tu non uccidere” possa avere ancora valore a sessant’anni dalla sua pubblicazione.

L’intervento del professor Albertini è stato suddiviso in due parti. La prima, prevalentemente storica, è stata caratterizzata da un excursus di quella che è stata l’evoluzione del parroco bozzolese, dai suoi anni interventisti nella prima guerra mondiale al suo pacifismo nel “Tu non uccidere”. La seconda, invece, ha visto affrontare una serie di riflessioni personali del relatore, che hanno poi lanciato delle provocazioni e delle domande aperte a cui tutti i presenti sono stati sollecitati a rispondere per poterne poi discutere insieme.
 

Tu non uccidere

Non esiste una guerra giusta: questa è la convinzione che porta don Primo Mazzolari a pubblicare «Tu non uccidere» nel 1955, nel pieno della paura atomica e dello scontro tra l'occidente capitalista e l'oriente comunista (entrambi materialisti, tanto che non si può scegliere chi sia il peggiore, dice Mazzolari, e sono già affermazioni inattese da un prete in quegli anni).

Non esiste la guerra giusta, e i cristiani dovrebbero gridarlo con forza. Non esiste perché la guerra provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene che pretendesse di difendere. Se causa prima della guerra è la miseria, questa viene ancora aggravata anche per il vincitore, e i denari utilizzati in guerra servirebbero a guarire dalla miseria centinaia di milioni di persone. E per prepararsi alla guerra si sprecano così tante ricchezze che, una volta investite in armi, esigono oltretutto di essere utilizzate.

Neppure la guerra di difesa è giusta, perché utilizza i mezzi del violento senza poter essere sicura di poterlo vincere, facendo della giustizia (che pure è un bene) un idolo, che si sostituisce a Dio portando lacrime e disperazione agli uomini: «Non sono uomini, ma concetti, cioè mostruosità fabbricate dall'uomo per non ascoltare l'uomo. Moloch ha figliato: nazione, stato, classe, razza, democrazia, grandezza, onore, potenza, prestigio, gloria, libertà, giustizia: sono i suoi figli di oggi, che lo aiutano a divorare l'uomo».

Neppure la giustizia giustifica la guerra, perché il cristiano sa che importante e fonte di vita, più della giustizia, è la misericordia: «Un mondo senza giustizia non è un mondo cristiano: un mondo senza misericordia lo è ancor meno. Dove s'incontrino la giustizia e la misericordia non sappiamo: certamente non s'incontrano su un campo di battaglia».

Il cristiano dovrà quindi arrendersi al male, alla sopraffazione? Tutt'altro: rifiuta di resistere con la violenza (perché inutile, folle, disumana), ma non rifiuta la resistenza. L'unica via d'uscita alla violenza è una resistenza totalmente pacifica, che privilegi la vita alla giustizia e, se deve rinunciare alla vita, lo faccia sulla scia di Cristo, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi proprio perché non ne sposa i metodi.

Col tempo, come il Cristianesimo ha vinto la schiavitù senza dichiararla illegale ma chiedendo ai padroni di trattare gli schiavi come Cristo, così, comportandosi come Gesù, i cristiani hanno il dovere di percorrere vie nuove, di rifiuto totale della guerra, di resistenza nonviolenta al male, di lotta per il superamento della povertà e delle ingiustizie.

 

 

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