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CREMONA - 27 FEBBRAIO

La sfida del giusto rapporto
tra lavoro e cura dell'uomo
nelle parole di Luigino Bruni
Il lavoro per la sussistenza
e strumento di dialogo sociale

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Lavoro come mezzo di sussistenza e dialogo sociale, che in tempo di crisi richiede un surplus di passione e impegno, impossibili da remunerare, ma anche un giusto rapporto tra lavoro e cura. Ha guardato al lavoro, nelle sue ambivalenti sfaccettature che, se considerate singolarmente, rischiano di diventare ideologie, l’economista Luigino Bruni, intervenuto il 27 febbraio a Cremone ospite delle Acli provinciali guidate da Bruno Tagliati.

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Contributi audio (mp3):

 

L’incontro, dal titolo “Welfare aziendale, strumento per un nuovo patto tra imprese e lavoratori”, è stato promosso dall’Ufficio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro insieme dalle Acli, l'associazione ParteciPolis e dal Gruppo di studio di economia civile “Campo di fragole”, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Cremona.

L'appuntamento è stato nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio presso l’auditorium Enaip di via Cardinal Massaia. Il secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sul lavoro inaugurato lo scorso il 13 febbraio con la presentazione del libro di don Bruno Bignami “Don Primo Mazzolari. L’uomo vale perché lavora”.

Dopo il saluto del presidente Tagliati, e l’intervento del sindaco Gianluca Galimberti, la parola è passata subito al prof. Luigino Bruni, che ha esordito con un riferimento al primo articolo della Costituzione: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. «Fondata sul lavoro, non sui lavoratori», ha sottolineato, ricordando il dibattito che aveva portato alla stesura di questa formula. Perché «il lavoro non è solo quello remunerato», ha precisato, portando come esempio quello delle monache di clausura: anche a loro si riferisce il primo articolo della Costituzione.

Un esempio non casuale e richiamato a più riprese durante la conferenza visto che la tappa cremonese del noto economista ed editorialista di Avvenire era iniziata proprio con una visita alla comunità delle monache di clausura di S. Sigismondo che, saputo della sua presenza, gli avevano chiesto un incontro.

L’attenzione del prof. Bruni si è focalizzata anzitutto sul lavoro, fatto di ambivalenze: «una realtà splendida, ma anche con tante ferite» in cui è forte il rischio di cadere nell’ideologia, passando dal lavoro come vocazione al lavoro come sfruttamento.

E qui il riferimento ai «lavori sbagliati» presenti nel mondo: dalle lobby del gioco d’azzardo alla prostituzione o alla vendita degli organi. «Lavori sbagliati che vanno chiusi».

Poi lo sguardo rivolto alle aziende che sono attente alle necessità dei propri dipendenti: ad esempio con la creazione di asili aziendali. Un impegno encomiabili, ma che per il prof. Bruni non è sufficiente: le grandi multinazionali devono restituire ricchezza all’intero territorio e non solo ai propri dipendenti. «Fare asili aziendali è bene – ha detto – ma lo è ancor di più farli per tutti».

Non è mancato neppure un riferimento al lavoro nel tempo di crisi che ancora sta attanagliando il Paese, con una triste considerazione: non si riesce più a produrre abbastanza lavoro per tutti e un terzo della popolazione ne rimane escluso: «Un sistema che non crea lavoro per tutti è estremamente grave».

Il prof. Bruni ha focalizzato poi l'attenzione su alcuni elementi caratteristici del lavoro.

Primo fra tutti il fatto che «il lavoro è il mezzo per vivere, e per vivere bene». «Lo stipendio non è egoismo», ha affermato, ricordando la forte dipendenza dagli altri che necessariamente caratterizza chi non lavora, finendo in una situazione «umanamente, antropologicamente e psicologicamente umiliante».

Costanti i richiami al pensiero dell’economista scozzese Adam Smith, come per l’esempio del mendicante: l’unico che dipende dall’amore degli altri. Mentre a regolare gli altri rapporti (e in particolare quelli lavorativi) è il reciproco interesse.

Seconda caratteristica del lavoro quella di essere «linguaggio sociale». Un’idea spiegata da Bruni ripercorrendo la propria giornata ed evidenziando come ogni singolo momento si sia potuto svolgere grazie al lavoro di altri. Una vera e propria «cooperazine sociale» messa a rischio dal fenomeno, sempre più forte, di quello che Bruni ha ribattezzato «narcisismo sociale»: una società individualista in cui ciascuno pensa solo ai propri hobby senza incontrarsi più con gli altri.

Poi il grande capitolo del lavoro intesto come «una vocazione»: non «la vocazione». L’esempio molto chiaro è di chi afferma di «essere medico» e non tanto di «fare il medico». «L’intelligenza di una persona – ha detto – è data da più identità: una dominante e poi altre». Ecco così quel medico è anche padre di famiglia, impegnato in qualche ambito, appassionato di qualcosa, ecc.

Bruni ha guardato al «lavoro ideale», che non può prescindere da come gli altri vedono il proprio lavoro, perché «ciò che piace a me deve piacere anche a un altro che mi paga».

Eppure ciò che l’azienda paga – ha sottolineato il prof. Bruni – in realtà è la cosa meno importante: retribuisce le ore e le mansioni, ma non paga per contratto il cuore, la passione, l’intelligenza, la creatività. «L’impresa – ha detto – ha bisogno di ciò che non può comprare. Se io non dono in maniera libera ciò che serve alla mia impresa questa fallisce».

Ma come mettere in gioco tutte queste capacità, spendendosi al meglio nel lavoro. L’economista ha evidenziato la caratteristica tutta umana dell’importanza di «essere visti», con la ricerca di riconoscenza per il proprio operato.

E qui i temi affrontati sono stati tanti: dal problema dei «lavori invisibili» alla teoria dell'incentivo, definita da Bruni una vera e propria ideologia di «antropologia riduzionista e pessimista» che «si dimentica che il lavoro siamo noi». L’esempio è stato quello del muratore, citato da Primo Levi, che nel campo di concentramento costruiva bene il muro per dignità, e non tanto perché altrimenti rischiava la vita.

«Stiamo importando anche dentro casa la logica dell’incentivo», ha detto, richiamando quel tipo di educazione che contratta una paghetta per impegnare i bambini nelle responsabilità domestiche. «La dimensione oggettiva del lavoro – ha affermato Bruni – si deve imparare da bambini».

Chiudendo il proprio intervento, l’economista ha proposto alcune sfide. Anzitutto la necessità che nelle scuole economiche si torni a parlare di imprenditori, e non soltanto di manager.

In secondo luogo la necessità di ripensare il rapporto lavoro-cura. Una esigenza dettata dalle contingenze: anziani e bambini non possono essere lasciati solo alla cura dello Stato e dei mercati. «L’adulto – ha detto – deve offrire un pacchetto di ore di lavoro e di cura: non meno di 12 ore di cura agli altri, dentro o fuori casi», ha affermato, richiamando l’idea proposta da una collega. Una norma sociale che deve nascere dal basso, motivata dalla stima e dalla non stima della comunità verso chi non si impegna su questo fronte: l’eccellenza umana deve contare di più di quella lavorativa. Necessario dunque un nuovo patto sociale, con una ridistribuzione del lavoro, che oggi vede qualcuno lavorare troppo e altri troppo poco.

I lavori del convegno, moderati da Mauro Samarati, del Gruppo di studio “Campo di fragole”, sono continuati con gli interventi di Enrico Fiori, membro del Consiglio dell’Area Vasta (ex Provincia), di Paolo Paroni di Confcooperative, di Alberto Ferrari, referente per il Terzo settore del Banco Popolare, e di alcuni dei presenti.

Ha chiudere il pomeriggio, dopo le risposte del prof. Bruni agli stimoli emersi nel dibattito, è stato Sante Mussetola, responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro, che ha dato appuntamento a venerdì 20 marzo (ore 21, presso il Centro pastorale diocesano di Cremona) per la conclusione ideale di questo percorso nell’evento di chiusura della prima annata del Corso di alta formazione per l’impegno sociale e politico promosso da Diocesi di Cremona e Università Cattolica. Al centro della serata “Economia civile: un modello economico a misura d’uomo”, con la relazione del professor Stefano Zamagni, docente di Economia civile e sistemi di welfare all’Università di Bologna.

 

Chi è Luigino Bruni

Luigino Bruni, classe 1966, economista e storico del pensiero economico, con interessi in filosofia e teologia, è uno dei fautori di punta dell'economia di comunione e dell'economia civile. Editorialista di Avvenire, è professore ordinario di economia politica all’Università Lumsa di Roma e all’istituto universitario Sophia di Loppiano. Fino al 2012 ha ricoperto il ruolo di professore associato di economia politica all'Università di Milano-Bicocca. Insieme a Stefano Zamagni, è promotore e cofondatore della SEC - Scuola di Economia Civile (www.scuoladieconomiacivile.it).

Nel 2014 Bruni ha scritto due libri: con le edizioni Ecra ha pubblicato "Lessico del ben-vivere sociale" e con Vita e Pensiero "Fondati sul lavoro". 

L'incontro del 13 febbraio con don Bignami


 

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