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ANNO PASTORALE 2015
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  PAPI
DAL 26 FEBBRAIO AL 5 MARZO

Il racconto di don Rota
al termine del pellegrinaggio
in Terra Santa caratterizzato
dal gemellaggio con Ramallah
On-line tutto le foto del viaggio

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Proponiamo la riflessione di don Roberto Rota (in foto il primo sulla destra), responsabile del Segretariato diocesano pellegrinaggi, in merito al pellegrinaggio in Terra Santa che una quarantina di cremonesi, insieme al vescovo Lafranconi, ha vissuto dal 26 febbraio al 5 marzo. Un viaggio che, in particolare, è stato caratterizzato dal gemellaggio con la parrocchia latina di Ramallah.

Di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa che ho condiviso con il vescovo Dante e una quarantina di pellegrini provenienti da varie zone della diocesi, vorrei proporre a tutti alcune riflessioni che in questi giorni hanno accompagnato il nostro itinerario nella terra del Signore, una terra percorsa da tante contraddizioni, segnata da un travagliato cammino verso la pace, specchio dell'umanità di oggi, inquieta e in ricerca e che, a volte, sembra imboccare percorsi di autodistruzione e di morte.

La Terra Santa è davvero un microcosmo. Ci siamo accorti percorrendola da nord a sud, dalla Galilea fino alla Giudea, sulle medesime strade percorse dal Signore.

Queste riflessioni nascono, dunque, da una esperienza fatta di incontri, di preghiera, di visita ai luoghi santi, di condivisione di un cammino di fede.

Un primo momento significativo è stata la celebrazione mariana che ogni sabato la comunità cattolica di Nazaret anima con la recita processionale del rosario negli spazi esterni della basilica dell'Annunciazione e la conclusione presso la grotta che custodisce il ricordo di quel momento che ha cambiato la storia dell'umanità. Il rosario recitato in tante lingue, compreso l'arabo, i canti, l'ascolto della Parola di Dio e la benedizione finale, impartita dal nostro Vescovo con l'icona dell'Annunciazione, ci hanno aiutato ad allargare il nostro cuore per percepire un respiro di universalità, che parte da un semplice “si”, quello di Maria, qui a Nazaret.

Il pellegrinaggio 2015 resterà memorabile non solo per la fraternità condivisa dal Vescovo con alcuni sacerdoti e i fedeli presenti, ma anche perché abbiamo voluto vivere una intesa esperienza di incontro con una comunità locale – quella della S. Famiglia di Ramallah – con la quale, domenica 1° marzo, abbiamo celebrato l'Eucaristia.

Arrivati giusto in tempo, in mezzo al traffico caotico che caratterizza un semplice giorno lavorativo di questa città a prevalenza musulmana, siamo stati accolti con cordialità e affetto e subito abbiamo percepito che anche per loro l'occasione era straordinaria: la presenza del vescovo ausiliare, mons William Shomali, che già in un precedente pellegrinaggio aveva incontrato un gruppo cremonese, ha portato un tocco di familiarità a un evento eccezionale: la S. Messa, i doni – alcuni libri su Cremona insieme a un'offerta in denaro – l'incontro con il Vescovo ausiliare che ha proposto alcune riflessioni sulla situazione della Terra Santa, il semplice scambio di battute con i fedeli e i sacerdoti della parrocchia, il pranzo che ci è stato offerto. Tutto ha contribuito a un clima di festa per un gemellaggio che vuole essere il segno di un incontro tra cristiani che vivono, con modalità differenti, l'unica fede.

Un terzo momento particolarmente intenso è stato quella della Via Crucis lungo le strade di Gerusalemme, conclusasi nella Basilica del S. Sepolcro. I pellegrini che per la prima volta vivono questa esperienza restano sempre sconcertati per il caos, ma anche a chi era “veterano” questa via crucis ha lasciato un segno: presso il Patriarcato Copto era esposto un manifesto che ritraeva l'uccisione dei lavoratori egiziani in Libia, per mano dei militanti dell'Isis. Ci siamo ricordati – ha detto mons Lafranconi nell'omelia della Messa – che questi nostri fratelli sono morti con il nome di Gesù sulle labbra. Una via crucis che continua anche nel nostro tempo, chiaro riferimento alle barbarie del Califfato islamico, ma anche a ciò che di lì a qualche giorno avremmo tutti visto: lo Yad vashem, il museo dell'olocausto, costruito sulle colline di Gerusalemme a memoria delle vittime dei campi di sterminio.

E allora ritornano alcune domande: perché il dolore? perché la sofferenza innocente? perché anche oggi terrorismo e morte, qui nella terra di Gesù e in molte zone del Medioriente? perché c'è chi pretende, nel nome del proprio Dio, di giudicare, condannare, uccidere?

Un'immagine pare aiutarci a non scadere nel pessimismo: il deserto di Giuda ricoperto di erba verde e fiori di varie tonalità, così come il profeta Isaia lo aveva cantato, vuole ricordarci che il Signore visita e cammina con il suo popolo. Se la Terra Santa e il mondo riscopriranno questa verità, ritroveranno anche la pace. Un augurio e un impegno, per tutti gli uomini.

sac. Roberto Rota

Si ringrazia per le foto Paola Agrelli

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