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DIBATTITO SUL FINE-VITA

Intervista a don Lucini:
«Più opportuno lavorare
sull’umanizzazione delle cure
e sul rifiuto dell’accanimento
e dell’abbandono terapeutico»

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Anche all’interno del Consiglio comunale di Cremona è entrato il dibattito sul tema del fine-vita. La mozione presentata dal capogruppo del Movimento 5 Stelle, Lucia Lanfredi, con la richiesta dell’istituzione del registro delle dichiarazioni anticipate di volontà relative ai trattamenti sanitari (testamento biologico), sarà discussa in un’apposita commissione. Prendendo spunto da questa circostanza abbiamo posto alcune domande sul tema a don Maurizio Lucini, responsabile dell’Ufficio diocesano per la pastorale della salute.

Don Lucini, si apre il dibattito su un tema non semplice.

«Sì, l'argomento del testamento biologico, o dichiarazioni anticipate di trattamento, è estremamente delicato e comporta riflessioni bioetiche che interpellano molteplici attori e diverse discipline morali e scientifiche. In questi campi non si possono prendere decisioni condotte dall’emotività o da una pretesa di libertà assoluta, quella libertà dell’individuo che obblighi terzi ad azioni che contrastano con la loro coscienza».

Eppure a riflettere sul tema saranno dei politici: che cosa si sente di dire loro?

«Credo che, a livello di politica locale e di Consiglio comunale, sia più opportuno non tanto decidere se attuare o no i registri del testamento biologico. Come spesso accade in politica, più che di una proposta seriamente meditata mi pare sia l’occasione per creare divisioni e polemiche. Sarebbe piuttosto opportuno diffondere la cultura della vicinanza e della cura, sostenendo e promuovendo un volontariato competente e agevolando le agenzie che si occupano del sostegno dei malati, dei loro famigliari e degli anziani soli».

Lei come cappellano dell’Ospedale è a contatto quotidianamente con queste situazioni. Rispetto proprio al fine-vita cosa ha potuto rilevare?

«Credo si debba sottolineare un aspetto che è davvero poco considerato: quanto cambino le prospettive di una persona quando è ammalata gravemente. Pensare di poter decidere, anni prima, che cosa penseremo nel delicato momento che ci apprestiamo nostro malgrado a vivere mi sembra fuorviante oltre che sbagliato. Non bisogna poi confondere il consenso informato, assolutamente necessario e la cui dottrina è giuridicamente consolidata, con le dichiarazioni anticipate di trattamento».

Ci aiuti a capire.

«Il consenso informato implica una relazione diretta tra l’ammalato, il medico e, eventualmente, i famigliari. All’interno di questa sorta di alleanza terapeutica, insieme, si prendono le necessarie e migliori decisioni. Il problema emerge quando l’ammalato è incapace di scegliere: è per questo motivo che taluni evocano la necessità di poter dichiarare in anticipo, anche anni prima, quali interventi dovrà realizzare il professionista sanitario. Come possiamo intuire questo atteggiamento è foriero di sfiducia nei confronti del mondo sanitario perché dice: io so che non mi potrete curare bene e quindi vi dico io che cosa dovete fare».

Secondo lei quale, dunque, dovrebbe essere la strada da intraprendere?

«Credo che sia più necessario lavorare sull’umanizzazione delle cure, sul rifiuto dell’accanimento terapeutico e del suo opposto, l’abbandono terapeutico. Perciò ritengo che sia indispensabile la diffusione della cultura che sorregge i principi ispiratori dell’hospice, ovvero la cura olistica della persona, abbinata alle cure palliative quando ci si trova di fronte a situazioni drammatiche e senza via di uscita».

 

 

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