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CREMONA - 8 APRILE

Chiesa gremita alla Beata
per l'ultimo saluto
a don Giancarlo Gremizzi
La sua testimonianza di fede
nella convivenza con la Sla

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Professore per 30 anni, ormai da alcuni anni aveva dovuto lasciare la scuola. Ma don Giancarlo Gremizzi non ha mai smesso di insegnare, lo ha fatto nella sua malattia e persino nel giorno dei suoi funerali. Idealmente, infatti, è stato lui a proporre le riflessioni dell’omelia, con il Vescovo che ha ripreso diversi passaggi della testimonianza che don Giancarlo aveva offerto per il 30esimo della sua ordinazione. Oltre una cinquantina i sacerdoti che, nella mattinata di mercoledì 8 aprile, hanno concelebrato le esequie alla Beata Vergine di Caravaggio di Cremona, chiesa gremita di familiari, amici, colleghi e studenti.

Omelia del Vescovo (mp3)       Photogallery della Messa

 

Prima le firme sul libro posto all’ingresso della chiesa, accanto all’annuncio funebre. Quindi l’ingresso in una chiesa dove, già parecchi minuti prima della celebrazione, era impossibile trovare un posto a sedere. Molte le persone costrette a rimanere in piedi per tutta la cerimonia, vissuta in una profonda commozione, percepibile nel silenzio assoluto, rotto solo dall’emozioni che si trasformavano in lacrime.

Numerosissimi i sacerdoti concelebranti: oltre una cinquantina. Accanto al Vescovo c’erano il vicario generale, mons. Mario Marchesi, il delegato episcopale per il clero, mons. Mario Barbieri, il vicario zonale, don Gianpaolo Maccagni, e il parroco della Beata, don Giulio Brambilla.

Sul fianco i compagni di Messa. Dieci i sacerdoti ordinati il 21 giugno 1980: insieme a don Gremizzi c’erano don Sandro Capelletti, don Pierluigi Codazzi, mons. Dennis Feudatari, don Andrea Foglia, mons. Giansante Fusar Imperatore, don Vilmo Realini, don Giancarlo Regazzetti, don Marco Sala e don Pierluigi Vei.

La prima Messa don Gremizzi l'ha celebrata poco distate, a S. Sigismondo. I suoi funerali sono stati celebrati in quella che per una vita è stata la sua parrocchia di residenza, anche se era vicario subito oltre il “confine”, a San Sebastiano, dove, tra le altre cose, era incaricato della Messa domenicale nelle chiesetta detta dei Mortini, la sussidiaria di via Rialto.

In prima fila i familiari: il fratelli più giovane, Gianluigi, direttore dell'agenzia turistica diocesana ProfiloTours, e Luciano con la moglie, figli e nipotini. Dietro tanti amici, colleghi, parrocchiani e ex studenti. C’era persino il labaro del liceo Aselli, posizionato proprio dove don Gremizzi negli ultimi anni seguiva le celebrazioni. Lo ha ricordato proprio il Vescovo, iniziando l’omelia. «Oggi è qui al centro – ha proseguito mons. Lafranconi – come se dicesse a noi un’ultima parola».

Prendendo spunto dalle letture, il commento proposto dal Vescovo ha ripreso diversi passaggi della testimonianza che don Gremizzi aveva offerto, pochi anni fa, in occasione del 30esimo di ordinazione sacerdotale.

Analizzando la prima lettura (At 3,1-10) e la vicenda dello storpio alla porta del tempio, il Vescovo ha affermato: «Anche don Giancarlo ha mai voluto chiedere la grazia della guarigione». E lo ha ribadito rileggendo proprio le sue parole: “In fondo, io non ho mai chiesto a Dio la guarigione, ma la forza di vivere la mattia con serenità”.

Cosa che davvero don Gremizzi ha fatto. Lo ha sottolineato con commozione il Vescovo prima di analizzare proprio la sua esperienza di malattia, ancora una volta con le parole di don Giancarlo: “È in questa ottica che leggo la mia storia di malato. Cinque anni fa la mia vita è stata stravolta dalla Sla. E come tutti quelli che ricevono questa diagnosi mi sono ritrovato in un baratro. Ma se Dio chiude una porta è per aprire un portone, dice il proverbio che ciascuno di noi conosce. Io ho sperimentato la profonda verità di queste parole”. È cambiato il suo sguardo sulla vita, proprio come è accaduto ai discepoli di Emmaus, protagonisti del brano evangelico (Lc 24,13-35).

Poi ancora le parole di don Gremizzi: “Leggiamo nella Bibbia una frase bellissima e ricca di verità: le cose di prima sono passate, ecco ne nascono di nuove. La saggezza di queste parole io l’ho sperimentata nella mia malattia. Prima correvo, mi muovevo, mangiavo; poi tutto è mutato. Ogni giorno perdevo la possibilità di fare qualcosa: ho rinunciato prima alla bicicletta, poi alla macchina, poi alle gambe; ho perso la capacità di scrivere, di mandare messaggi… Oggi dipendo completamente dagli altri. Mi rimaneva il cibo, quando ancora potevo mangiare ho amato il cibo come mai nella vita, era l’ultimo piacere che mi rimaneva. Da quasi tre anni non posso più deglutire nulla. Non sento nemmeno più i profumi; grazie a Dio nemmeno gli odori sgradevoli. C’è stato da disperarsi! Quelle parole della Bibbia – ecco, nascono cose nuove – tante volte mi sono tornate in mente e sono state la luce nel buio”.

Ma in questo faticoso cammino don Gremizzi non è mai stato solo: “Devo ammettere che quando mi hanno prospettato la tracheo per un attimo ho pensato di rifiutarla: la vita che mi attendeva mi sembrava inaccettabile. Ma poi ho avuto voglia di provare e di continuare. Ero curioso di scoprire che cosa c’era dopo, quanto sarei stato capace di avvicinarmi ai miei limiti, alle mie fragilità, alla mia fede, ma soprattutto mi ha convinto la forza dell’amore che avevo intorno. Non ho dubitato nemmeno per un istante che la mia famiglia e i miei amici mi avrebbero aiutato”.

«Quanto è importante – ha affermato a questo punto il Vescovo – essere accanto ai nostri ammalati con questo senso di presenza partecipe, affettuosa, che dà sostegno, che incoraggia! Altro che certe notizie che a volte vengono a turbare la verità della dignità della vita umana in qualsiasi condizione!».

“Questa malattia mi ha fatto semplicemente capire quanto sia importante la Comunione. Un sacramento a cui da prete mi sono accostato centinaia di volte, ma che non ho mai compreso come ora, ora che vivo in mezzo a chi mi ama, grazie a chi mi ama, per chi mi ama”.

Parole che sono risuonate come il testamento e l’ultima omelia di Giancarlo.

«Ti ringraziamo, don Giancarlo, per questa ultima testimonianza che ci dai – ha concluso il Vescovo – dove in sintesi e a parole raccogli lo spessore della tua vita. Ti chiediamo di intercedere per tutti noi, perché sappiamo sempre trovare nella Parola della Scrittura l’orientamento che ci aiuta a comprendere la nostra vita, che ci rende più fraternamente amici nel nostro pellegrinaggio terreno e apre la porta della speranza anche nelle situazioni più drammatiche. Ti ringraziamo e insieme con te ci affidiamo al Signore».

 

Biografia di don Gremizzi 

Don Giancarlo Gremizzi è nato a Cremona il 28 giugno 1950. L'ordinazione sacerdote il 21 giugno 1980 insieme ad altri 9 confratelli: don Sandro Capelletti, don Pierluigi Codazzi, mons. Dennis Feudatari, don Andrea Foglia, mons. Giansante Fusar Imperatore, don Vilmo Realini, don Giancarlo Regazzetti, don Marco Sala e don Pierluigi Vei. La prima Messa l'ha celebrata a S. Sigismondo.

Il suo primo incarico pastorale fu come vicario nella parrocchia di Soresina. Dopo due anni il ritorno a Cremona, presso la comunità di S. Agostino. Nel 1986 il trasferimento a S. Sebastiano, sempre in città, dove ha continuato a svolgere l’incarico di vicario per oltre 30 anni, sino al sopraggiungere della malattia. A lui erano affidate in particolare le celebrazioni domenicali nella chiesetta detta dei “Mortini”, la sussidiaria di via Rialto. Nello stesso tempo era impegnato a scuola nell’insegnamento della religione in diversi istituti superiori di Cremona, e in particolare al liceo scientifico Aselli.

Incaricato per la Cooperativa Cittanova dal 1988 al 1996, ha ricoperto sino all’avanzare della malattia, nel 2009, diversi altri incarichi: consulente ecclesiastico dell’Associazione italiana maestri cattolici (1990-2009), direttore dell’Istituto Gregorio XIV per l’educazione e la cultura (1994-2009), delegato provinciale della Federazione Istituti di attività educative (1994-2009) e assistente ecclesiastico dell’Unione cattolica farmacisti italiani (1995-2009).

Da lungo tempo residente nella parrocchia della Beata Vergine di Caravaggio, lascia i due fratelli Luciano e Gianluigi, quest'ultimo direttore dell'agenzia turistica diocesana ProfiloTours.

Già immobilizzato dalla malattia, nel 2013, scrisse la prefazione del libro di don Marco D'Agostino "Miti e forti. Appunti per insegnanti" (edito dalle Paoline). Di seguito vi proponiamo in forma integrale questo testo che lascia trasparire la sua profonda passione per l'educazione e le nuove generazioni.

Il decesso il giorno di Pasqua, nel pomeriggio, poco dopo le 18, presso la casa di cura Ancelle della Carità di Cremona, dove era ricoverato da settembre.

 

La prefazione di don Gremizzi a "Miti e forti"

Ho insegnato per trent’anni, la metà della mia vita. Sono uscito dalla scuola perché sono stato colpito da una grave malattia, la sla, che mi ha reso totalmente paralizzato ma cosciente, capace di muovere solo gli occhi, lo strumento con cui “parlo” e scrivo. Mi manca molto insegnare, come facevo io, non solo con la voce, ma con le mani, le gambe, non solo in classe, ma nei corridoi, poi per le strade, non solo durante l’anno scolastico, ma anche dopo, e dopo ancora, tra le “carrozze del treno sul quale io viaggio”, citando don Marco.

E il bello è che il viaggio dura ancora, dura sempre, nella mia testa, in quello che sono; dura in casa mia, ogni volta che un mio ex studente mi viene a trovare; dura su facebook, il luogo virtuale in cui incontro oggi i miei ragazzi, che mi scrivono dandomi forza, condividendo un ricordo che mi era passato di mente, una battuta che avevo fatto in classe, una lezione che è diventata “leggendaria” senza che io, mentre la tenevo, me ne rendessi conto. Perché è così: l’insegnante non ha mai piena coscienza di ciò che trasmette, mentre lo trasmette. Né come.

I ragazzi sono una materia che prende la forma del nostro umore, si lascia bucare dal nostro sguardo e scaldare dalla nostra attenzione, si innamorano di noi se noi diamo loro passione, si muovono indifferenti nella loro distrazione se percepiscono distacco, sanno diventare ostili reagendo anche al nostro più dissimulato nervosismo. I ragazzi non sono solo la platea su cui riversiamo il sacco delle nozioni che abbiamo imparato. Sono lo specchio di ciò in cui crediamo, e vedono se stessi nei nostri occhi. Se nel nostro sguardo c’è rassegnazione, loro non si sentiranno guardati, si perderanno in altri mondi. Se nel nostro sguardo c’è paura, loro si sentiranno senza una guida. Se nel nostro sguardo c’è disprezzo, loro faranno di tutto per essere peggiori.

Ho visto tanti colleghi sedersi in cattedra amareggiati, disincantati, stanchi nell’entusiasmo, lamentarsi di avere di fronte generazioni a cui niente interessa più, studenti che non hanno l’anima giusta per apprezzare Foscolo, Platone, Seneca. Quei colleghi che si fanno forza fra loro criticando fuori dall’aula il menefreghismo di Tizio, l’apatia di Caio, l’assenza di collaborazione delle famiglie, si giustificano come potrebbe giustificarsi un libro chiuso che nessuno legge. Non capiscono che non è di Foscolo, che i ragazzi devono prima di tutto innamorarsi, ma di loro. La buona volontà che richiedono gli insegnanti agli studenti non esiste al di fuori dell’interesse, e l’interesse non esiste separato da un legame emotivo.

Lo studio motivato solo dal rigore, dall’obbligo, si riduce ad un mero esercizio della volontà. L’entusiasmo dei giovani deve essere intercettato, perché c’è, e questo può accadere solo attraverso la fascinazione reciproca. L’insegnante deve donarsi, perché solo donandosi può ricevere il dono che gli studenti possono fargli di sé, dell’apertura della propria mente.

Il Santo sacerdote Giovanni Battista de La Salle scriveva: “Il lavoro dei maestri non può essere un semplice mestiere, esige una dimensione di consacrazione”. E ancora: “Istruire i fanciulli, annunziare loro il Vangelo e formarli nello spirito della religione è un grande dono di Dio. Il vero educatore cristiano è un innamorato della sua missione educante perché è uno che ama Dio; sa stare con l’uomo perché ha imparato a stare alla scuola di Dio”.

Da alcuni secoli è iniziato un indirizzo di pensiero che va progressivamente cancellando, dalla cultura dell’uomo occidentale, la considerazione e il prestigio nei quali era tenuto il concetto del dono, e di conseguenza va dissuadendo dall’atteggiamento dell’oblatività. Nessun invito all’oblatività ci viene dalla cultura nella quale viviamo, semmai lo possiamo trovare nella nostra natura, o nella memoria della cultura cristiana che la secolarizzazione si fa vanto di rimuovere. Il ruolo educativo di questa cultura è un po’ quello dell’eroe popolare, riconosciuto tale per la sua paziente accoglienza, figura anacronistica se confrontata con l’ideale umanistico odierno in cui è valore la piena realizzazione di sé, l’affermazione della soggettività, la riscossione integrale del dovuto. L’eroe che la letteratura moderna ci offre, infatti, è l’eroe che esce sconfitto e umiliato dall’impossibile incontro con gli altri: egli è irrimediabilmente e disperatamente solo, e guarda inorridito sia gli altri che se stesso.

Radice profonda dell’individualismo è la rimozione dell’idea di Dio come garante della positività della vita e fondamento dell’universale fraternità. Mentre da un lato tutta intera la nostra esperienza di uomini postula la necessità dell’incontro, come condizione indispensabile per la realizzazione di noi stessi e del nostro valore, dall’altro è evidente che qualcosa ci trattiene ogni volta che stiamo per assecondare questa profonda e naturale spinta verso gli altri: è la consapevolezza che l’esperienza dell’incontro è anche esperienza del limite e del tradimento. Se questo è vero nei rapporti famigliari, amicali, in cui si sceglie comunque di rischiare perché altrimenti crollerebbe il principio stesso della vita, è ancora più vero nel mestiere dell’insegnante.

Nel mondo della scuola, l’assenza di un sistema meritocratico che promuova i docenti più capaci, più apprezzati, lascia largo spazio alla rinuncia dell’idea di missione educativa: nel momento in cui il prodotto del nostro lavoro non porta a un miglioramento effettivo delle condizioni sociali ed economiche, è facile e comodo appigliarsi all’alibi della sterilità della terra su cui agiamo. Sterilità delle menti dei ragazzi che abbiamo di fronte, mancanza di interesse su cui ci diciamo che è impossibile lavorare. Quando il compenso del nostro mestiere si misura in termini di soddisfazione personale, più che economica, è il cuore che dobbiamo mettere in campo, la passione. Il sentire. Ma è vero che il sentire richiede uno scoprirsi, e lo scoprirsi fa paura, rende vulnerabili. E allora c’è bisogno di fede: fede nei ragazzi e nel senso del nostro lavoro.

Se il pessimismo è di rigore in una fenomenologia dell’incontro, il cristianesimo proprio di questo si fa garante: della possibilità offerta all’uomo di trascendere il limite e di custodire il valore del dono al di là di ogni possibile rischio. La volontà di dono dell’uomo è sottratta al tradimento ad opera di Gesù Cristo redentore. Nel libero regalo del suo rapporto con l’uomo, Dio dice che quando chiedo di amare e di essere amato non perseguo un’esigenza illusoria e destinata alla sconfitta. Né il dono è valore inventato: esso è il respiro stesso del nostro essere, la sua dilatazione, il suo stesso processo vitale. Non è un atto, ma piuttosto un rapporto, una condizione permanente. Dunque vivere significa darsi, rifiutarsi al dono significa rifiutarsi alla vita, chiudersi in sé e autoeliminarsi: l’atteggiamento oblativo è comunemente ritenuto dalla psichiatria il segno della maturità umana e anche cristiana. Per questo la crescita morale della persona è un passaggio dall’egocentrismo all’amore che si regala. Amare è donare, ma donare qualcosa non basta: bisogna donare se stessi. E non c’è dono senza rinuncia, la gioia nasce sempre dalla sofferenza del distacco. Così non c’è dono di sé senza lotta. L’amore che si regala agli altri è sempre una vittoria sull’egoismo che ci fa ripiegare su noi stessi.

L’educazione all’oblatività comincia col riconoscimento della fitta rete di rapporti di mutualità che fa da supporto alle più comuni esperienze di vita. Ed è talmente fitta questa rete che si può dire che spesso la nostra vita è dono anche senza che noi ce ne accorgiamo, e perfino contro la nostra stessa volontà. È così che il padre e la madre sono dono al figlio non solo per l’atto col quale gli hanno dato la vita, ma anche con quella continua presenza generativa con la quale, dalla prima infanzia alla giovinezza, presiedono alla sua crescita con una infinità di stimoli e di interventi promozionali e correttivi, portando dalla potenzialità all’essere le qualità costitutive della sua personalità. Ma più ancora sono dono al figlio per il fatto stesso di esserci e perciò di saturare la sua esigenza di dipendenza, protezione, confronto. Del resto è dono ogni servizio che sia reso a sopperire il permanente bisogno che ci fa debitori verso un’infinità di uomini – conosciuti e non – dai quali in ogni momento continuiamo a ricevere qualcosa che serve e che non abbiamo da noi stessi (il pane che mangio, il libro che leggo, la medicina che prendo).

In questo senso si può vedere che molte professioni altro non sono che l’istituzionalizzazione di un servizio; così che, mentre possono essere intraprese per tutt’altro motivo (di lucro, di ambizione, di realizzazione personale), in realtà esistono perché esistono bisogni, e dunque la loro ragion d’essere è in questa relazione di oblatività. Valga per tutti il mestiere dell’insegnante: ogni requisito di professionalità (dalla competenza educativa alla gentilezza dei modi) risponde alla esigenza del servizio, così come ogni momento dell’esercizio professionale è offerta di un servizio.

Molte volte sono entrato in classe arrabbiato e deluso. Molte di quelle volte sono rimasto chiuso in me, lasciando che dalla mia bocca uscissero solo parole che avevo imparato sui libri. E la mia giornata è stata peggiore. Altre volte ho portato in aula il mio cattivo umore, l’ho sciolto tra i banchi, l’ho sparso tra i ragazzi permettendo loro di curarlo, ho costruito insieme a loro il mio entusiasmo. Mi sono affidato a dei sedicenni con i capelli strani e le gomme in bocca.

E la mia vita è stata migliore.

don Giancarlo Gremizzi

 

Il ricordo di don Giancarlo 

Ho conosciuto don Giancarlo Gremizzi nel 1980, quando divenne prete e fu mandato come vicario a Soresina, all’Oratorio Sirino. Io avevo dieci anni e frequentavo l’oratorio con don Eugenio Mondini, che era stato trasferito a Castelverde. I due erano molto diversi e io notai, pur essendo un ragazzo, questa cosa. Eppure mi affezionai subito al “nuovo don”, soprattutto continuando a fare il chierichetto, sia alla benedizione domenicale, nella grande chiesa del Buon Pastore del Sirino, sia al mercoledì e al venerdì nella chiesa di San Francesco, dove don Giancarlo celebrava. Era sempre abbastanza asciutto, di poche parole, ma quando parlava non era mai banale. Talvolta, almeno nella mia testa di ragazzino, metteva soggezione, ma col frequentarlo quasi tutti i giorni all’oratorio feriale e anche al mattino, per la Messa, mi sembrava che sempre più si “sciogliesse”.

Non si fermò molto a Soresina, eppure la sua presenza per me e per la mia vocazione fu molto significativa. Quando a settembre del 1981 io entrai in Seminario per frequentare la scuola media, lo ricordo, l’ultimo venerdì che andai a servire la Messa, con un pacchetto in mano. Come al solito, alla fine della Messa, mentre si toglieva i paramenti. «Toh», mi disse. «Con tanti auguri, da parte mia e di don Arienzo», il don dell’oratorio femminile, vicario del rione di San Rocco. Mi ricordo di aver aperto il biglietto subito e di aver guardato il contenuto del pacchetto: il libro cartonato delle Paoline “50 domande a Dio”, con illustrazioni e contenuti. Libro che tenni per molti anni con me in Seminario, sia perché mi piaceva, sia perché mi ricordava un prete significativo. E fu proprio questo il primo incontro con lui. In un certo senso, senza che io me ne rendessi ben conto, lui mi aveva “in-segnato”, cioè aveva lasciato in me un segno, di ciò che era: un uomo che aveva fatto una scelta, che faceva il prete senza molte smancerie e fronzoli, che era attento, anche ai più piccoli come me e alla loro vocazione.

Poi, negli anni di Seminario l’avevo perso un po’ di vista, anche se quando ero studente di teologia l’avevo incontrato diverse volte. Sempre – non lo nego – con quel senso di venerazione e di distacco che mi portavo dentro da bambino. Uomo intelligente e che sapeva scrutare l’animo dell’uomo, si interessava alla mia vocazione e al punto in cui ero, senza entrare in particolari e facendo le domande giuste, esattamente, come quel giorno in sacrestia a San Francesco.

In occasione della mia ordinazione si era fatto sentire e ci si era incontrati, mantenendo così un rapporto che, a breve sarebbe diventato fraterno, entrando nel presbiterio, insieme con lui e con gli altri preti. E anche qui ricevetti il secondo insegnamento. Un’attenzione “a distanza” che era, al contempo, discreta e presente, rispettosa e attenta. Sapevo del suo duplice ministero, quello di insegnante al liceo scientifico cittadino “Aselli” e quello di collaboratore a San Sebastiano. Apprezzato in entrambe i ruoli, sia per la sua presenza tra i banchi (quand’ero vicario a Casalbuttano sentivo l’eco del suo insegnamento e ragazzi e colleghi ne elogiavano le capacità, la sensibilità, le doti intellettuali), sia per la sua presenza tra la gente, nella predicazione, sintetica e profonda com’era lui, nella positività e nella schiettezza che lo ha sempre caratterizzato.

Nella malattia, poi, la nostra conoscenza si è approfondita, soprattutto perché lui si è dimostrato ad accogliere me, don Enrico e don Primo, i seminaristi e i diaconi che ogni anno venivano ordinati sacerdoti, in casa sua. Una casa che si trasformava, in ogni visita, in una festa. Soprattutto, grazie alla Paola che faceva da interprete e che permetteva a lui di esprimersi e alle nostre parole di non rimanere monologhi. Dunque, don Giancarlo, come lui stesso ha scritto, è stato fondamentalmente un insegnante. Almeno, per me, ha lasciato il segno. Lo ha scritto lui stesso: “Ho insegnato per trent’anni, la metà della mia vita. Sono uscito dalla scuola perché sono stato colpito da una grave malattia, la SLA, che mi ha reso totalmente paralizzato ma cosciente, capace di muovere solo gli occhi, lo strumento con cui “parlo” e scrivo. Mi manca molto insegnare, come facevo io, non solo con la voce, ma con le mani, le gambe, non solo in classe, ma nei corridoi, poi per le strade, non solo durante l’anno scolastico, ma anche dopo, e dopo ancora”.

La malattia che per dodici anni lo ha reso immobile in un letto e bisognoso di tutto non gli ha impedito di essere, tra coloro che lo hanno conosciuto, un’immagine viva del Cristo Crocifisso. Nelle commoventi messe concelebrate in Seminario – appuntamento a cui non voleva mancare in questi ultimi anni – soprattutto per salutare i seminaristi e parlare loro – faceva “la predica” con gli occhi, al termine della messa – aveva detto, in una di queste occasioni, con gli occhi pieni di stupore e di meraviglia, di commozione e di gratitudine, che “non aveva mai fatto tanto il prete come in questo periodo di malattia” e, proprio in quella condizione, predicava con la vita ai seminaristi, ma anche a noi preti, che “essere prete è proprio bello”. Non veniva mai in Seminario a mani vuote, ma con la precisione che lo ha sempre contraddistinto, faceva ordinare le paste perché i seminaristi facessero festa. E così quando si andava a casa sua faceva capire che si doveva aprire il torrone, ma non quello solito, quello che era nell’antina dell’armadietto, e di stappare quella bottiglia, preparare quel menù particolare, andare a prendere quella cosa che era necessaria. E lui fermo, immobile, a contemplare, a gioire se gli altri erano contenti, a ringraziare di ciò che riceveva.

Anni lunghi e difficili, quelli della malattia, ma sostenuti da una fede forte e da un attaccamento alla vita (alla Vita vera) che ora, nel giorno di Pasqua, ha incontrato faccia a faccia. Non si è mai arreso. Nell’introduzione al testo “Miti e forti. Appunti per insegnanti” (Paoline) così scrive: “Ho visto tanti colleghi sedersi in cattedra amareggiati, disincantati, stanchi nell’entusiasmo, lamentarsi di avere di fronte generazioni a cui niente interessa più, studenti che non hanno l’anima giusta per apprezzare Foscolo, Platone, Seneca. Quei colleghi che si fanno forza fra loro criticando fuori dall’aula il menefreghismo di Tizio, l’apatia di Caio, l’assenza di collaborazione delle famiglie, si giustificano come potrebbe giustificarsi un libro chiuso che nessuno legge. Non capiscono che non è di Foscolo, che i ragazzi devono prima di tutto innamorarsi, ma di loro […] Il Santo sacerdote Giovanni Battista de La Salle scriveva: “Il lavoro dei maestri non può essere un semplice mestiere, esige una dimensione di consacrazione”.

Don Giancarlo è stato veramente un consacrato: perché Dio lo ha scelto, perché lui si è dedicato con tutto se stesso a Dio, perché è vissuto, tra la gente e tra i ragazzi, nella scuola e nella comunità cristiana, nella sua dimensione di insegnante, perché nella malattia è stato esempio virtuoso per tutti: per noi preti e per tanti, ex alunni e colleghi, adulti e giovani che lo andavano a trovare o erano in contatto con lui in molti modi. Don Giancarlo un insegnante. È il titolo che maggiormente gli si addice. Un insegnante che appassionava. Appassionato della vita non è sopravvissuto, ma ha reso “segni” eloquenti di una Vita che non muore, tutti gli attimi che hanno costituito il suo esserci. In quella riflessione sull’insegnante chiudeva così: “Molte volte sono entrato in classe arrabbiato e deluso. Molte di quelle volte sono rimasto chiuso in me, lasciando che dalla mia bocca uscissero solo parole che avevo imparato sui libri. E la mia giornata è stata peggiore. Altre volte ho portato in aula il mio cattivo umore, l’ho sciolto tra i banchi, l’ho sparso tra i ragazzi permettendo loro di curarlo, ho costruito insieme a loro il mio entusiasmo. Mi sono affidato a dei sedicenni con i capelli strani e le gomme in bocca. E la mia vita è stata migliore”.

Ora, da discepolo del Signore, è entrato in un’altra aula, eterna. Proprio perché si è affidato la sua vita sarà migliore. Una vita trasformata dal mistero della croce e della risurrezione di Cristo. Inspiegabile da un punto di vista umano. Così luminosa e gioiosa se vista con gli occhi della fede.

Grazie, don! Da quel libro in poi ti sarò sempre riconoscente.

don Marco d'Agostino 

   

 

 

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