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Don Primo e la Resistenza
L'annuale convegno di studi
della Fondazione Mazzolari
Sintesi degli interventi

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Quale memoria della Resistenza, settant’anni dopo la liberazione del 25 aprile? La Fondazione «don Primo Mazzolari» si è fermata a riflettere nella mattinata di sabato 11 aprile nella Sala Civica di Bozzolo. È stata occasione per considerare non solo il ruolo di don Primo nella resistenza bozzolese, ma anche di analizzare la memoria della Resistenza nel mondo cattolico del Novecento.

Ad aprire i lavori, dopo il saluto del sindaco Giuseppe Torchio, ci ha pensato la prof.ssa Marta Margotti. La docente torinese ha mostrato differenti stagioni della memoria resistenziale, che vanno dalla cauta rivendicazione nell’immediato secondo dopoguerra al tentativo di studio approfondito a partire dagli anni ’60. Si può parlare così di una «memoria grigia» che si è preoccupata di non sconfessare la posizione della Chiesa durante il ventennio fascista e insieme ha cercato di mantenere le distanze dal comunismo. Ne è uscita una memoria sbiadita, né carne né pesce, che ha preferito valorizzare l’atto eroico individuale anziché sottolineare la dimensione collettiva di partecipazione ecclesiale.

Al prof. Paolo Trionfini è toccato, invece, approfondire il ruolo di Mazzolari, che sul quindicinale «Adesso» ha promosso un’originale memoria della Resistenza. Se padre Nazareno Fabbretti ha potuto definire don Primo «il parroco più resistente d’Italia», un motivo ci sarà stato. È curioso, infatti, notare la persistenza della memoria resistenziale condotta dal parroco di Bozzolo: non ha paragoni in ambito cattolico. La sua particolarità sta nel fatto che ha preferito mettere in risalto il contributo offerto dalla Chiesa, lasciando sullo sfondo il proprio coinvolgimento personale. La categoria di «resistenza» ha finito così per assumere nella penna di don Primo molteplici sfaccettature: dall’onore ai caduti al recupero del senso di patria, dalla pacificazione degli animi all’opera di pedagogia civile, dal senso morale e religioso al legame con la Chiesa dei poveri… Pensando alla testimonianza di Teresio Olivelli, il prete cremonese era convinto che la Resistenza dovesse essere una «rivolta al male senza riserve».

Il Convegno ha però fatto un balzo in avanti quando è entrato nel campo letterario. La prof.ssa Isotta Piazza ha analizzato la letteratura sulla Resistenza, con un particolare focus sul celeberrimo romanzo del prete operaio cremonese (molto vicino alla spiritualità mazzolariana) don Luisito Bianchi: «La Messa dell’uomo disarmato». Nella vastissima produzione letteraria sulla lotta resistenziale, il romanzo è diventato un vero e proprio caso editoriale. Il merito dell’autore è stato quello di cogliere la letteratura come strumento ermeneutico della storia. Nel libro, infatti, le singole motivazioni diventano azione collettiva, facendo risaltare non una sola resistenza, ma molteplici resistenze dove tutti i personaggi si scoprono disarmati.

Anche l’ultima relazione, proposta dal prof. Ludovico Bettoni, ha offerto motivi per pensare. L’occhio dello studioso si è soffermato sulla resistenza bozzolese e sulle polemiche suscitate dal cosiddetto «caso Beduschi». La morte dei giovani Sergio Arini e Pompeo Accorsi alla fine dell’agosto 1944 ha conosciuto un aspro dibattito a Bozzolo: il parroco, infatti, ha avuto la vita salva anche per intervento del vescovo di Mantova, mons. Menna, e ha potuto fuggire in clandestinità, mentre i leader delle Fiamme Verdi locali finirono trucidati a Verona. La memoria di questi eventi deve ancora trovare nuova luce.

Sta di fatto che, come ha ben ricordato il prof. Giorgio Vecchio, presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Mazzolari, l’impegno di don Primo nell’attività resistenziale si è manifestato in molteplici modalità. Egli aiutò i militari italiani di passaggio a Bozzolo, sbandati e fuggitivi; collaborò con la signora Margherita Beduschi in Zanchi, di Rivarolo Mantovano, a salvare la vita dell’intera famiglia Benyacar. Tra l’autunno e l’inverno 1943-1944 il parroco di Bozzolo si adoperò per organizzare in paese un distaccamento delle Fiamme Verdi. Fermato dai fascisti nel febbraio del 1944, egli proseguì il suo impegno fino all’arresto del 30 luglio 1944 e alla successiva fuga, prima a Gambara, nel bresciano, e infine nella canonica di Bozzolo. Qui trovarono luce diversi scritti del sacerdote cremonese, tra cui: «Rivoluzione cristiana», «Della tolleranza», «Messaggi della speranza» e il poetico «Diario di una primavera».

 

 

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