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GUARDANDO A EXPO

L'esposizione universale
di Milano letta da don Arienti,
responsabile diocesano
per la pastorale giovanile

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Pubblichiamo una riflessione di don Paolo Arienti, responsabile dell'Ufficio diocesano per la pastorale giovanile, riguardo a Expo, dopo la visita effettuata all'esposizione universale di Milano insieme ad alcuni giovani.

La prima impressione è quella di un'area da scoprire, curata e organizzata. La seconda che quasi subito subentra è quella della sorpresa e della curiosità: architetture, suoni, proposte, luoghi tematici da visitare... Tutto spinge e attira.

Ma subentra poi anche una terza sensazione; quella che nel sito dell'esposizione universale qualcosa sia più tangibile che altrove: il mondo con le sue differenti colorazioni, ma anche con le sue innumerevoli contraddizioni, fatte di numeri impietosi, problemi planetari, coscienze più o meno assopite e una mescolanza che, almeno per chi vive nella piccola parte più agiata del globo, sembra "saputa" e quindi un po' banale. 

Se si entra nel Padigione Zero - una delle chiavi interpretative più forti di Expo – si costeggia Cascina Triulza, ci si imbatte nei padiglioni di Save the children o ci si sofferma nel cluster delle spezie su grandi cartelloni che raccontano spietatamente la verità, qualche domanda balza alla coscienza. Una domanda di senso e forse di verità, un po' più profonda rispetto all'impatto mediatico, plurietnico e commerciale dell'esposizione: perché questi ricchi e questi poveri, perché questa storia magari di consolidata democrazia e quest'altra di faticoso inseguimento di una dignità che qualche big planetario fatica riconosce?

Dentro quella che può sembrare – e forse è – una fiera globale, che in parte inorgoglisce e in parte delude, si ritrovano in vetrina le bellezze e le contraddizioni del mondo, quasi raccolte e ripresentate l'una accanto all'altra, come è questo mondo concreto, nonostante gli sforzi puristi degli uni o i gesti antagonisti degli altri.

Nei clusters – la vera grande novità di Expo Milano e forse l'aspetto più interessante – si respirano anche profumi intensi, si vedono immagini di culture vicine o lontane, volti, gesti e tradizioni che a mala pena qualche ragazzo ricolloca su di una immaginaria cartina geografica. E ritorna lo stupore, misto a disagio e rabbia, per quello che l'uomo sa fare, costruire, pensare e per le derive di narcisismo e nuove schiavitù di cui non riesce a liberarsi. Disturbano i piccoli, dignitosi spazi dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, forse con qualche sostanza in più rispetto ai big del pianeta.

Disturba qualche – pur comprensibile – nota nazionalistica (Expo è in fondo anche la vetrina commerciale che tutti sanno). Disturbano positivamente il padiglione vaticano – costruito all'esterno nella combinazione in quindici lingue di "Dacci oggi  il nostro pane" e "Non di solo pane" –, l'edicola Caritas internationalis, le bandiere a mezz'asta del Nepal, le mappe dell'Onu sulla condizione del Pianeta, l'installazione sul wasting e quella parodia dei titoli di borsa che spiattella la verità delle economie di scarto.

C'è sostanza, forse "troppo sotto" quello che sembra un parco tematico e un monumento alla forza dell'uomo. Ma c'è; ed è utile che soprattutto i più giovani accompagnati là colgano il mix, lo stesso in cui la loro vita – come quella di tutti – è immersa, al di là dei post di facebook.

Ad Expo occorre andare preparati: consultare le mappe, imparare per tempo la struttura (cosa sono i clusters? Le aree tematiche?), ma soprattutto scovare l'eredità immateriale, quella più difficile, discussa e discutibile: il valore antropologico del nutrire il pianeta, della ricerca di energie pulite e sensibili alla casa comune di uomini e altre specie viventi.

Occorrerà leggere e rileggere la "Carta di Milano", scovarne pregi e limiti, considerandola quasi interfaccia necessaria alla visita dei padiglioni. Le parole e le formalità possono sembrare eccessive, troppo alte, ma anche con le parole, con la sensibilizzazione, il dibattito delle idee e degli stili di vita si costruiscono coscienze. E di coscienze che sanno leggere e agire, ne servono!

Tornati da Expo ci si può interrogare sugli stili di vita, sulla passione per l'altro, sul rispetto per le culture più lontane o ritenute di "serie B"... oppure ci si può consegnare ai soliti fast food e alle confezioni di plastica, ai pregiudizi e all'indifferenza.  La differenza non starà mai in una organizzazione presuntamente angelica, ma nella testa e nel cuore delle persone, nella loro qualità umana!  Che Expo, oltre le polemiche e le legittime osservazioni provenienti da un mondo vittima costante di ingiustizia e sopruso, sia occasione di coscienza.

don Paolo Arienti

 

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