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PASTORALE DEL TURISMO

Cremonesi in viaggio in Iran
Don Roberto Rota:
«Stimolo a ripensare stile
e contenuti della nostra fede»

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Il viaggio in Iran che l'Ufficio per la Pastorale del turismo ha proposto dal 27 aprile al 4 maggio, e che ha visto una buona partecipazione di persone, è stata occasione per scoprire un paese particolare, spesso agli onori delle cronache non certamente per aspetti positivi, a partire dal 1979 (anno della rivoluzione islamica che aveva scalzato il regno dello Scià) fino ad oggi, per le trattative con gli Stati Uniti in merito al nucleare. Proponiamo il resoconto a cura di don Roberto Rota, responsabile del Segretariato diocesano pellegrinaggi, che ha guidato questa esperienza.

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Nell'immaginario collettivo questo resta un paese “a rischio”, tanto che un po' tutti ci siamo sentiti dare dei temerari, o forse anche più, quando comunicavamo l'intenzione di partecipare al viaggio, o ancor più chi aveva avuto l'idea di inserirlo della programmazione annuale.

L'Iran di oggi è l'erede di una lunga storia e di una altrettanto profonda esperienza di civiltà, che dai millenni prima di Cristo è giunta a noi. Personaggi mitici, studiati sui libri di scuola, sono come usciti dall'ombra per diventare tasselli di un cammino: Ciro, Dario, Serse, Cosroe …

Le testimonianze archeologiche sono spettacolari. Persepoli prima di tutto. Come sono incantevoli per la bellezza e l'armonia dei colori le moschee costruite a Isfahan, Shiraz, Qom.

Ma un viaggio non è soltanto ammirare monumenti o testimonianze archeologiche e artistiche, pur in sommo grado: è cercare di decifrare la vita, le caratteristiche di un popolo. E questo non è stato facile.

Sappiamo che la stragrande maggioranza della popolazione è sciita, minoranza nel variegato panorama del mondo islamico. Ritengono di essere i seguaci di Alì,  il discepolo del profeta, perseguitato, a cui è stata inizialmente sottratta la possibilità di succedergli nella guida dei fedeli, se non dopo altri due che prima di lui avevano assunto il ruolo, nella fase della prima espansione islamica, al di là dei territori arabi. E la gente dell'Iran araba non è, per di più ne contesta gli usi, le tradizioni.

Da qui alcune chiavi di interpretazione di questo popolo: un senso di inferiorità nei confronti degli altri fedeli dell'Islam che si tramuta in rivalsa. La rivoluzione di Komeini del 1979 è stata proprio questo: far sentire il peso degli sciiti nel mondo islamico, ancor prima che come contrapposizione politica verso l'occidente e in particolare verso gli Stati Uniti che ha avuto negli ostaggi dell'ambasciata di Teheran il punto più alto. Ma non solo: in Iran le donne, anche turiste, devono portare il capo coperto, mentre tutti possono entrare nelle moschee senza togliere le scarpe. Moschee che sono per lo più deserte, se non quelle di alcuni centri religiosi importanti come Qom.

E allora la domanda: chi sono e dove sono i fedeli sciiti? L'impressione – mi auguro sia solo tale – è che la vita sia altra: abbiamo incontrato persone sorridenti, gioviali, ragazzi chiassosi che chiedevano una fotografia con noi, da pubblicare su Facebook. Questo non è l'Islam che la tv ci presenta, non è quello dell'Isis, ma nemmeno quello arabo. Le generazioni iraniane passate avevano respirato, con lo Scià, l'aria dell'occidente, con i pregi e i difetti; l'hanno rifiutata, cavalcando l'ideale rivoluzionario, ma forse, in fondo al cuore, l'hanno anche trasmessa ai giovani. Contraddizioni di oggi, comuni a tutti i popoli, anche occidentali.

Per tutti questi motivi il viaggio in Iran merita davvero, perché arricchisce una riflessione ad ampio respiro e ci induce a ripensare allo stile e ai contenuti della nostra fede cristiana. Le guide che accompagnano i viaggi in Medio Oriente di solito – ed è capitato anche questa volta – partono dall'affermazione che tutte le religioni sono uguali: convinti del contrario, ma altrettanto convinti che la libertà religiosa deve essere garantita a tutti, ringraziamo il Signore “di averci creati e fatti cristiani” e di offrirci l'opportunità di viaggiare per scoprire, anche in mondi e popoli lontani, la “Bellezza che salverà il mondo”.

don Roberto Rota

 

 

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