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NELLA FESTA DELL'EUROPA

Il 9 maggio a Cremona
incontro sui migranti ambientali
con mons. Giancarlo Perego
e il diplomatico Mastrojeni

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Il fenomeno migrazioni è stato affrontato con uno sguardo nuovo, più ampio e consapevole, sabato 9 maggio a Cremona. Nell'incontro pubblico organizzato sabato scorso dalle associazioni cremonesi che hanno dato vita al progetto “Nutrire il pianeta è nutrire la Pace”, mons. Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes, e il diplomatico Grammenos Mastrojeni hanno messo a fuoco le cause di fondo che spingono a emigrare: al primo posto i cambiamenti climatici, la desertificazione, la mancanza di acqua e di cibo, lo sradicamento dei contadini dalle proprie terre.

«Nel 2013 i “ profughi ambientali” nel mondo sono stati 22 milioni, quelli dovuti a guerre e persecuzioni 8 milioni – ha detto mons. Perego –. In questi ultimi quindici anni più di 100 milioni di persone ogni anno sono state colpite da disastri legati al clima e la stragrande maggioranza, come si capisce dai dati, se può e riceve aiuti, rimane, resiste, ricostruisce».

«Anche alla base dei 160 conflitti in atto- ha sostenuto il diplomatico Mastrojeni, che lavora al Ministero Affari Esteri di Roma, ma che insegna Soluzione dei conflitti in alcune Università internazionali – esiste quasi sempre una causa o una concausa ambientale. L'aumento dei prezzi dei cereali ha causato le rivolte del pane in numerosi Paesi arabi. La guerra civile in Siria è stata preceduta da 4 anni di siccità. Il pauroso restringimento del lago Ciad nel centro dell'Africa ha prodotto conseguenze sociali devastanti in più Stati, compreso la Nigeria dove i Boko Haram arruolano giovani pronti a tutto. Si prevede che l'instabilità sistemica nel nostro mondo sempre più  interdipendente arriverà al suo massimo nel 2030. Siamo in una situazione di pre-guerra al punto che l'Orologio dell'Apocalisse, regolato dagli scienziati premi Nobel, oggi segna 3 minuti alla mezzanotte, mentre nel 2007 era ancora a 5 minuti».

«Esiste un moltiplicatore di investimenti – si è chiesto Mastrojeni – che possa rispondere a livello sociale ed economico all'impoverimento e al degrado delle terre del pianeta? Sì, se sappiamo usare in modo sostenibile le nuove tecnologie, ma soprattutto se ripristiniamo l'equilibrio ecologico del pianeta, se diminuiamo le emissioni di CO2 e risparmiamo energia, se riconsegniamo la terra ai contadini, se difendiamo la biodiversità e ripristiniamo le produzioni originarie. Ciò che è sempre più insostenibile è l'ingiustizia. Investire sull'ambiente nel Nord e nel Sud del Pianeta significa investire sulla giustizia, perché ambiente è uguale a giustizia».

Ricca di dati ulteriori l'analisi di mons. Giancarlo Perego per quanto riguarda il Paese di origine da cui partono i disperati sbarcati quest'anno in Italia: «Sono diminuiti i siriani che preferiscono fuggire via terra in Turchia. Al primo posto figurano gli eritrei, poi i somali e i nigeriani. Al quarto posto come Paese di partenza il Gambia. Al quinto la Siria. Seguita da Mali, Sudan, Costa d'Avorio e Pakistan. Ebbene se guardiamo alle condizioni ambientali di questi Paesi, li troviamo tutti ai primi posti per quanto riguarda il degrado: Somalia, Mauritania, Sudan, Mali ai primi 4 posti per carenza di acqua. Pakistan, Senegal, Ghana ai primi 3 posti per inquinamento da polveri. Nigeria al secondo posto per deforestazione arrivata a distruggere il 35% del patrimonio forestale nazionale. Infine Somalia, Mali, Afghanistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea ai primi 6 posti per peggiore indice ambientale».

«Ecco perché è miope e sbagliato – ha continuato mons. Gian Carlo Perego – vedere il fenomeno dell'emigrazione solo sotto le categorie dell'emergenza e della sicurezza : l'emigrazione per cause ambientali è destinata nei prossimi anni a crescere ancora. Così come è sbagliato ed illusorio affrontare l'ondata di sbarchi riducendola alla questione di come distruggere i barconi. I Governi europei riuniti al Consiglio Europeo di Bruxelles hanno usato verbi come fermare, arrestare, respingere. Per fortuna il Parlamento europeo ha successivamente corretto il tiro e ha usato la parola “salvare”».

Così adesso potremo organizzare un “Mare Nostrum” europeo in grado di correggere i limiti dell'operazione Triton che si limitava a intervenire solo davanti alle nostre coste, disinteressandosi di chi annegava davanti alle coste libiche.

Mons. Perego ha presentato anche il suo nuovo libro “Uomini e donne come noi. I migranti, l'Europa e la Chiesa”, editrice La Scuola.

Il titolo è stato ispirato dalle parole pronunciate da Papa Francesco a Lampedusa , di fronte alle 950 vittime annegate in mare che erano e sono “uomini e donne come noi”.

«Adesso i robot sottomarini – ha detto mons. Perego – hanno mostrato le immagini all'interno della ultima imbarcazione affondata il 19 aprile di quest'anno di fronte alle coste libiche: ancora più di 900 uomini, donne, bambini annegati, alcuni in preghiera. In totale i morti che sappiamo scomparsi in questi ultimi decenni in fondo al Mediterraneo sono più di 25.000».

Ricordando un intervento di De Gasperi intitolato “ La nostra patria Europa” mons. Perego ha chiesto politiche più coraggiose e lungimiranti da parte di tutti i Paesi europei sul terreno dell'accoglienza, dell'integrazione, della cooperazione : «Salvare vite umane non è solo un atto cristiano e umano, è anche il rispetto di un diritto riconosciuto dalle Istituzioni internazionali. L'Italia e l'Europa devono difendere e promuovere i diritti dei migranti se vogliono professarsi società civili e democratiche. L'Italia non può esportare armi per 800 milioni di euro all'anno e poi non trovare finanziamenti adeguati per un'accoglienza dignitosa. Alcune Regioni come la Lombardia e il Veneto non possono sostenere che è impossibile scendere sotto la soglia di 1 rifugiato ogni 2.500 abitanti, quando il Molise è in grado di accoglierne 1 ogni 400 abitanti».

Infine mons. Perego ha ricordato che i migranti sono una risorsa: «le società che meno hanno risentito della crisi sono la Germania e gli Stati Uniti, due Paesi che sono ai primi posti per quanto riguarda il tasso di immigrazione. Se nei prossimi 20 anni non arrivassero più immigrati in U.E., l'Europa perderebbe 33 milioni di persone in età lavorativa con conseguenze pesantemente negative sia sulla tenuta delle nostre strutture e capacità produttive sia sulle coperture previdenziali dei pensionati e degli anziani sempre più numerosi. La vera sfida non è allora rifiutare l'immigrazione, ma governarla».

 

 

 

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