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EDITRICE LA SCUOLA

"Uomini e donne come noi.
I migranti, l'Europa, la Chiesa":
pubblicazione del cremonese
mons. Gian Carlo Perego
direttore nazionale Migrantes

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“Uomini e donne come noi. I migranti, l'Europa, la Chiesa” è il titolo del saggio recentemente pubblicato dal sacerdote cremonese mons. Gian Carlo Perego, direttore generale di Fondazione Migrantes, nella collana “Orso Blu” dell’editrice “La Scuola”. L’attenzione va alle stragi del Mediterraneo, che continuano a inghiottire i “nuovi schiavi”: chi soffre e muore per la guerra, la fame, la povertà, chi fugge da dittature feroci e disastri ambientali, chi è perseguitato per la sua fede. Le acque del Mediterraneo sono diventate "cimiteri sotto la luna", per riprendere il titolo della famosa opera di Georges Bernanos. Ai confini dell'Europa si muore e sembra non fare più scandalo.

Il volume, un’ottantina di pagine in tutto, si apre con un’introduzione intitolata “Pietà di noi, Signore” e il riferimento è alle 950 persone inghiottite nel Mediterraneo tra il 18 e il 19 aprile 2015. Da qui alcune invocazioni di pietà: per i 25mila morti negli ultimi 25 anni, perché le parole di guerra sono più abbondanti di quelle della misericordia, per i diritti che questi migranti non avevano nella propria terra.

"Erano uomini e padri di famiglia – si legge a pagina 8 –, erano donne e madri, erano giovani, ragazzi, bambini. Erano un popolo. Fratelli. Provenivano dall'Africa sub sahariana: dal Mali e dal Ghana, dal Sud Sudan e dalla Nigeria, dove la fame, l'odio, la violenza avevano già provato la loro nascita, la loro crescita, la loro vita. Erano uomini e donne già sfiniti, in fuga dalla guerra di Siria, della Somalia e dell'Eritrea, della Palestina, alla ricerca della libertà religiosa che non c'è in Bangladesh o in Pakistan".

“Le nuove sfide del Mediterraneo” è il titolo del primo dei cinque capitoli del libro. Dal dicembre 2010 a oggi il Nord Africa e a seguire il Medio Oriente sono stati coinvolti da una sorta di “rivoluzione” che ha come protagonisti i giovani, con il desiderio di una “nuova democrazia”, senza violenze, e che, al contempo, ha generato una mobilità di almeno 3 milioni di persone, verso i Paesi confinanti, ma anche verso l’Europa, verso l’Italia in particolare. Una mobilità “che ha incrociato la guerra civile in Libia, in Egitto e poi quella attuale in Siria, oltre le tradizionali guerre nel Centro e nel Corno d’Africa”. Al centro di questa mobilità - scrive Perego – “c’è sempre il Mare nostrum, il Mediterraneo. Una mobilità che ha incrociato e contato ripetutamente, anche oggi, un numero crescente di morti”.

Ma come vanno letti questi fatti? Come leggere le numerose morti, che si ripetono continuamente da anni, in numeri sempre maggiori? Da dove vengono oggi queste persone che rischiano la loro vita per fuggire dai loro Paesi? Sono le prime domande cui mons. Perego risponde nel suo saggio.


"Ieri - scrive - arrivavano, soprattutto dalla Tunisia, dall’Egitto, dal Marocco, dall’Algeria, dalla Libia, fronti di una crisi pesante nata dalla povertà, dalla corruzione, dalla caduta della democrazia, dopo cinquant’anni di storia di libertà dal colonialismo, avvolta da nuove storie di persecuzione e di dittatura. Oggi arrivano soprattutto dalla Siria, dalla Palestina, dal Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea), ma anche da Paesi asiatici”, scrive il direttore generale della Fondazione Migrantes, ben convinto del segnale lanciato da questi sbarchi “non un fatto isolato, emergenziale, ma una storia nuova dell’altra sponda del Mediterraneo, quasi la caduta di un ‘muro’ che di fatto si era creato tra l’una e l’altra sponda”.

Aggiunge Perego: “Questi sbarchi, con i volti di siriani, palestinesi, etiopi, somali, nigeriani, eritrei, di persone (…) del Bangladesh, del Pakistan, dell’Afganistan e dell’Asia segnalano anche che l’altra sponda del Mediterraneo costituiva un luogo – voluto o meno – in cui si fermava, talora drammaticamente, il cammino di ricerca e di libertà di molte persone e famiglie non solo africane, ma anche del Medio Oriente e dell’Asia”. E spiega: “A preparare la caduta di questo muro, che separava non solo le due sponde del Mediterraneo, ma l’Italia e l’Africa, l’Europa e l’Africa, è stato il fenomeno migratorio generato dalla ricerca di una situazione di vita migliore, ma anche di un nuovo modello di società. In Italia dal Marocco sono giunte in questi anni 400.000 persone, dalla Tunisia 100.000 persone, 80.000 dall’Etiopia, 20.000 dall’Algeria e dal resto dell’Africa ancora mezzo milione, per un totale di quasi un milione di persone, un quinto della popolazione immigrata residente in Italia. La stessa proporzione vale per l’Europa, dove, dei 34 milioni di persone immigrate, circa 7 milioni provengono dall’Africa”.

Insomma tra noi c’è già un popolo che oggi chiede anche la possibilità di aiutare familiari e amici a non vivere in Paesi allo stremo dai quali si fugge per la guerra, le carestie, le dittature, i disastri ambientali, le persecuzioni religiose… “Questo chiede un supplemento di umanità in Italia e in Europa, una condivisione dei fenomeni migratori nella politica europea, una cooperazione che si gioca non solo nei Paesi in crisi, ma anche nelle nostre comunità, aprendo case, scuole, città, come insegna la lezione di Lampedusa”, sostiene il direttore della Migrantes sottolineando l’esperienza di accoglienza, di dialogo della vita, dell’azione, dello scambio teologico, dell’esperienza religiosa portata avanti nella piccola isola. Solo così, afferma monsignor Perego, il nostro mare potrà diventare un vero laboratorio culturale nel prossimo riassetto geopolitico europeo che si configura con la nascita di macroregioni, politicamente appartenenti a più Stati, e del Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale: “un luogo naturale, culturale, politico, economico dove unire non solo regioni europee, ma anche continenti diversi, dall’Africa del Nord al Medio Oriente “.

Memore della lezione di De Gasperi, mons. Perego afferma: “La tragedia di morte consumata in questi anni e in questi giorni nel Mediterraneo, che ha come protagonisti uomini e donne in fuga, popoli in cammino, chiede di ripensare l’Europa come una casa, un luogo di sicurezza, di asilo. L’Europa è nata sulle migrazioni, anche italiane, che hanno permesso un incontro, uno scambio, un percorso di integrazione e di costruzione anche di una nuova unità”. Senza dimenticare che, se pure vogliamo rimuovere la storia economica, sociale, politica e culturale si sta per aprire il Giubileo della misericordia: un anno per imparare il perdono, ma soprattutto dare concretezza alla prossimità.

 

 

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