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CHIESA CREMONESE

Nel prossimo anno pastorale
un progetto diocesano
di accoglienza e integrazione
declinando i "verbi" di Firenze
Incontri formativi sul territorio

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L’arrivo di migranti nel nostro Paese non si arresta e la situazione, con il passare dei mesi, non è più quasi considerabile come un’emergenza: il fenomeno, mentre l’Europa chiude le proprie frontiere, si è ormai stabilizzato. La situazione non è comunque più gestibile giorno per giorno senza una pianificazione di lunga durata e ad ampio raggio sia di carattere nazionale sia a livello locale. Ecco quindi che anche la Chiesa cremonese si prepara in vista del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” (dal 9 al 13 novembre prossimi), alla quale parteciperà anche Papa Francesco, a individuare nuove strategie.

«A Firenze – afferma don Antonio Pezzetti, direttore di Caritas Cremonese – saranno declinati cinque verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Verbi che diventeranno altrettante linee d’azione. Noi abbiamo puntato prima di tutto su “abitare” ed “educare”. Ecco perché la Chiesa cremonese sta elaborando un progetto fatto di incontri su tutto il territorio per coinvolgere chi si occupa, a vario titolo, di sociale e di accoglienza. Vogliamo parlare con tutti, affinché il tema dei migranti sia compreso a fondo e conosciuto. Il clima, relativamente ostile, che si respira in alcuni cittadini nei confronti degli stranieri in arrivo (fomentato da politici a caccia di facili consensi) può cambiare in meglio se si affronta a fondo il fenomeno, se si conoscono davvero le realtà con le quali questi migranti hanno a che fare».

«L’accoglienza, per noi cristiani, è vitale – sottolinea il direttore della Caritas diocesana – e, come il Papa ci ricorda continuamente, sono proprio gli ultimi coloro che devono attirare la nostra attenzione e il nostro impegno. È un’opera di sensibilizzazione che intendiamo portare avanti nelle nostre comunità come Chiesa, affinché la verità sulla situazione venga alla luce con chiarezza e spazzi paure e diffidenze che non devono, non possono, esserci. È necessario anche che le diverse realtà che sono in prima fila nell’accoglienza si confrontino fra loro per trovare le migliori risposte che possiamo dare. Non possiamo fermarci a ragionamenti che individuano sempre un “noi” contrapposto agli altri, un “i nostri” contrapposto ai “loro” secondo schemi che vanno superati puntando sul dialogo e sulla conoscenza reciproca. L’accoglienza è però un punto fondamentale al quale non possiamo sottrarci e l’incontro/conoscenza reciproca è la via maestra da seguire. Ci sono già oggi realtà nelle quali i migranti sono accolti da tempo, penso ad esempio alla situazione di Pessina, e dove l’integrazione procede bene con il coinvolgimento degli stranieri in lavori di pubblica utilità che vanno a vantaggio della comunità, anche di quella locale. Ricordiamoci sempre che il bene che facciamo al prossimo lo facciamo anche a noi stessi».

«L’accoglienza dei migranti – ribadisce don Irvano Maglia, delegato episcopale per la Pastorale – è un’emergenza che è diventata strutturale. Vista la situazione, come Chiesa, dobbiamo prepararci affinché la nostra risposta sia compiutamente rispondente al Vangelo e preveda, quindi, accoglienza e integrazione come obiettivi primari da perseguire. Indipendentemente dal colore del governo in carica, la nostra posizione deve essere quella di una Chiesa che non solo appare, ma è fino in fondo fraterna».

«Con il nuovo anno pastorale, dunque, – continua don Maglia – andremo a costruire insieme, all’interno del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale diocesano, un progetto diocesano di accoglienza e integrazione e, contestualmente, prenderà il via questa serie di incontri nelle interzone della diocesi. Saranno momenti utili a illuminare l’azione pastorale. Saranno incontri di formazione e di informazione: rifletteremo su dati reali, provinciali, nazionali ed europei; approfondiremo la legislazione europea e quella italiana in fatto di migrazione».

«Desideriamo essere pronti – conclude il delegato episcopale per la Pastorale – ad affrontare la situazione dimostrandoci Chiesa fraterna e attenta agli ultimi. Non intendiamo certo fare i primi della classe, ma vogliamo dimostrare nei fatti che l’accoglienza e l’integrazione sono la risposta operativa di una Chiesa, la nostra, che vuole essere evangelica».

 

 

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