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PASTORALE FAMILIARE

Intervista a don Giuseppe Nevi
guardando alle prospettive
per il nuovo anno pastorale

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Continua il percorso di approfondimento delle linee pastorali che il Vescovo ha indirizzato alla Diocesi per l’anno pastorale 2015/16. Un anno che, tra l’altro, sarà caratterizzato dal Sinodo sulla famiglia. L’attenzione si indirizza così immediatamente alla pastorale familiare. Per approfondire le principali prospettive per il nuovo anno abbiamo posto alcune domande a don Giuseppe Nevi, responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale familiare.

Don Nevi, il vescovo Dante nel suo messaggio alla Diocesi per il nuovo anno pastorale individua due piani di azione per la pastorale famigliare: uno più sul versante culturale, l'altro più su quello formativo. Di che cosa si tratta?

«Oggi la sfida culturale si spinge in profondità. Non si pone tanto, come pensano i più, al livello della semplice riaffermazione dell’importanza o della bellezza del matrimonio e della famiglia. Consiste, invece, in un’opera di vera e propria ricostruzione, per offrire di nuovo a tutta la società quelle evidenze originarie, perdute o smantellate, che fanno del matrimonio qualcosa di comprensibile e di vivibile. Assistiamo, infatti, a quello che la “Fides et ratio” di san Giovanni Paolo II definiva come “il collasso della ragione nella sua tensione verso la verità”, che ha inevitabilmente portato con sé il depotenziamento della libertà. L’uomo di oggi, infatti, relativamente al matrimonio ha una seria difficoltà a credere che la propria libertà si realizzi pienamente e realmente nel dono di se stesso in modo totale e definitivo, ricevendo a sua volta l’auto-donazione totale e definitiva di un altro. Come Chiesa Cattolica possiamo pure annunciare la bellezza e la grandezza del matrimonio, ma non possiamo dimenticare che dobbiamo fare i conti con uomini che hanno perduto la consapevolezza di ciò che sono e della grandezza del loro essere, sempre aperto all’infinito. Di qui la considerazione, ad esempio, della indissolubilità come semplice legge imposta dall’esterno e, quindi, fondamentalmente percepita come nemica della libertà. Perciò con il card. Caffarra non possiamo non domandarci: "Chi chiede di sposarsi sacramentalmente è capace di sposarsi naturalmente? Oppure: non la sua fede, ma la sua umanità è così devastata da non essere più in grado di sposarsi?”. È chiaro, a questo punto, che ogni percorso formativo, soprattutto quelli indicati dal Vescovo, non potrà che fare i conti con questa realtà che merita di essere meditata a lungo e in profondità».

Il “Family day” diocesano del maggio scorso è stato una grande occasione per ribadire la bellezza della famiglia cristiana. Come è andato? Soddisfatti?

«Meritava una attenzione decisamente maggiore da parte delle comunità cristiane, dei movimenti e delle parrocchie. Si è percepito in modo netto che nella Chiesa diocesana manca la consapevolezza dell’importanza insostituibile della famiglia e che si sono già “deposte le armi”, accettando il trend della dissoluzione come se fosse inevitabile. Sembra dominare la paura e l’incertezza che rende incapaci di dire ancora una volta la verità sul matrimonio e la famiglia. Quasi impauriti ci si ritira nel privato lasciando andare le cose come vanno. Emblematico in questo senso l’intervento del Sindaco di Cremona che ha legato il futuro della società alla fedeltà della coppia, “di qualsiasi coppia e di qualsiasi tipo di convivenza”. Insieme a questo, però, ho potuto constatare che dove c’è la famiglia c’è sempre gioia, vivacità, ricchezza per la società e fecondità. I molti bambini presenti hanno testimoniato la vera speranza per il futuro. Personalmente sono contento del fatto che la “Festa diocesana della famiglia” sia stata il frutto di una vera collaborazione tra tante realtà diocesane. Premessa, questa, indubbiamente fruttuosa per riproporre il prossimo anno lo stesso evento».

Relativamente alla formazione mons. Lafranconi insiste sulla preparazione dei fidanzati al matrimonio. Come è il panorama in diocesi?

«Siamo ancora fermi ai corsi e non siamo ancora arrivati ai “percorsi”. Da decenni i nostri vescovi insistono perché si propongano itinerari di fede integrali, capaci cioè di fare una vera sintesi tra la fede e la vita. Mi sembra che noi, invece, siamo ancora fermi a proporre sempre “la solita minestra”. Questo unito anche all’affanno che in alcune zone è sempre più evidente nell’organizzare i corsi e nel trovare coppie di sposi in grado di accompagnare i nubendi. Ci sono alcuni tentativi rivolti a far vivere più intensamente il corso, personalizzandolo sempre più, ma è evidente che in tutto questo è sempre più assente la comunità cristiana, che delega la preparazione ad alcune coppie e non diventa luogo di accoglienza e maturazione. D’altra parte, chi chiede alla Chiesa il matrimonio è spesso lontano dalla sua vita e, in fondo, vuole semplicemente esaudire il desiderio della cerimonia. Credo allora indispensabile affrontare la preparazione delle coppie guida, spesso “rintracciate” dai parroci e messe immediatamente sul campo, imparano facendo. Dobbiamo seriamente chiederci se questo è sufficiente. Difronte alle elevatissime sfide contemporanee possiamo essere impreparati? Per questo richiamo l’importanza del percorso formativo che l’Ufficio per la pastorale familiare da anni porta avanti a Folgaria. Dovremmo esercitarci in una lungimiranza formativa per riuscire davvero ad accompagnare le persone nel grande mistero del matrimonio».

Il fatto che molti giungano al matrimonio cristiano dopo anni di convivenza in che modo interpella la comunità ecclesiale? Ci sono delle proposte “ad hoc”?

«La comunità ecclesiale se ne guarda bene dall’affrontare il problema delle convivenze: le subisce! È un dato di fatto che, si dice, va accettato. Anche i pastori lasciano solo il gregge su questo punto. Che ci siano le convivenze è una evidenza, ma che difronte a esse possiamo assumere un atteggiamento chiarificatore, esprimendo così un servizio vero nei confronti dei giovani in quell’ambito così delicato che è l’amore, credo sa un compito irrinunciabile. Anzitutto va “smascherata” la convivenza, indicandola come una scelta che non corrisponde alla realtà e che rimane profondamente illusoria. Aiutiamo i giovani a togliersi dagli occhi le cataratte delle ideologie, portandoli a recuperare quel cammino interiore e spirituale che si può rifare all’antica saggezza del “conosci te stesso”. Cioè mettiamoli in contatto con le evidenze originarie inscritte nella natura, per cui il matrimonio è una verità deducibile da essa. Possiamo, poi, indicare che il matrimonio sacramentale è quello naturale, evitando una dannosa e inesistente contrapposizione tra i due. Il Sacramento, infatti, non si aggiunge dall’esterno alla dimensione naturale dell’amore tra un uomo e una donna, ma porta a pienezza quanto Dio ha già posto nel loro cuore. Infine, possiamo far riscoprire il senso del corpo e della sessualità riportandoli alla verità della persona e alla sua totalità. La convivenza more uxorio, infatti, nega il valore e il senso vero della sessualità e la rende superficiale ed estrinseca».

Il Vescovo insiste poi su incontri meno istituzionalizzati e maggiormente informali tra i fidanzati e le coppie guida: avete in mente qualche cosa al riguardo?

«Se gli incontri devono essere informali non vanno a loro volta istituzionalizzati. Il Vescovo, infatti, indicava questa modalità che si può esprimere bene attraverso gli incontri occasionali propri di ogni persona e di ogni comunità cristiana. Non si evangelizza mettendosi in posa, ma incontrando le persone, entrando discretamente nella loro vita e mostrando l’altra faccia della medaglia dell’esistenza umana. Non dimentichiamo mai, infatti, che il fascino della fede passa attraverso persone e comunità, affascinanti perché hanno ceduto a loro volta al fascino che è Dio stesso. Con questo voglio dire che l’informalità non può diventare a sua volta una strategia, ma si qualifica per una sincera testimonianza cristiana della vita di coloro che si fanno vicini alle persone».

Da pochi mesi sono partite le esperienze delle "Domus ecclesiae". Di che si tratta e quali sono le prospettive per il futuro?

«Quante volte ci siamo sentiti dire che la comunità cristiana deve essere famiglia di famiglie? Ecco allora le Domus: esperienze vere di comunione tra famiglie che vogliono vivere insieme la vocazione matrimoniale e familiare, illuminandola costantemente con la Parola, l’Eucaristia, la preghiera, la devozione mariana e la comunione fraterna. Non possiamo ancora illuderci di fare vera e concreta comunione con una intera comunità cristiana. Occorre rendere praticabile la comunione attraverso piccole comunità familiari che cercano di viverla davvero. Tali Domus non sono circoli chiusi, ma luoghi in cui si matura e si vive una chiara appartenenza ecclesiale che si esprime con un particolare servizio alla parrocchia o alla diocesi. Ogni Domus, infatti, si impegna in un particolare ambito pastorale che diventa la sua missione, facendo così crescere tutta la comunità parrocchiale o diocesana. Si attendono, quindi, famiglie che vogliono perseguire questo ideale di comunione che, tra l’altro, è proprio e specifico dell’identità stessa della famiglia».

Scorrendo il programma del suo ufficio per l'anno prossimo si notano proposte già consolidate, come il percorso di Folgaria cui già accennava, e altre nuove, come il percorso per sacerdoti dedicato a situazioni familiari difficili. Che cosa caratterizza quest'ultima proposta?

«Spesso ho incontrato sacerdoti che mi hanno rivelato il loro disagio, la loro fatica e le loro incertezze riguardo al comportamento da assumere nei confronti di coppie in difficoltà. Non sanno che cosa fare, come comportarsi, dove indirizzare le coppie per un aiuto efficace. Ecco allora l’iniziativa rivolta ai confratelli di un percorso da titolo “Qui dentro nessuno è fuori. Una proposta diversamente pastorale”. Si tratta di cinque incontri serali che occuperanno alcuni lunedì di febbraio e marzo 2016 gestiti dalla psicologa Elsa Belotti. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 15. Sperando in una adesione maggiore l’Ufficio si attiverà per proporre ulteriori edizione. Credo sia una proposta gradita e utile».

Avete altri appuntamenti formativi in cantiere?

«Sì, l’Ufficio, in collaborazione con tre zone della diocesi, si preoccuperà di offrire occasioni formative a giovani coppie di sposi. Continuano poi gli incontri per separati e risposati a Cassano d’Adda; anche in zona 3 si attiverà una qualche forma di attenzione e vicinanza a queste persone».

In ottobre ci sarà il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia: qual è il suo auspicio?

«L’auspicio è quello che la Chiesa, in tutte le sue componenti, si risvegli e ponga attenzione vera e non demagogica alla realtà della famiglia, perché in essa c’è davvero il futuro dell’umanità. Dal Sinodo mi aspetto quindi che aumenti in tutti i cristiani il desiderio di difendere e realizzare la famiglia così come il Creatore l’ha voluta e così come Cristo l’ha consacrata».

 

 

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