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IL BILANCIO DI DON ARIENTI

Dal deserto a Emmaus
Concluso positivamente
il pellegrinaggio in Terra Santa
di 70 giovani cremonesi

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Chiunque sia stato almeno una volta in Terra santa, concorderà nell’attribuire a quel contesto geografico e culturale un’eco straordinaria, quasi in contrasto con i criteri comunemente occidentali che ruotano attorno ai siti artistico-archeologici: al di là delle grandiose  mura della città santa, tutto risulta un po’ più piccolo di quanto ci si era immaginato. Il che consente al pellegrino di ridimensionare qualche stereotipo ed addentrarsi con forza nella vera logica di questi territori. Per i cristiani quelli sono i luoghi della rivelazione di un amore più grande che non ha scelto il fantasmagorico, bensì l’azzeramento del divino nell’umano, giù giù sino ad una tomba. Ad essere invece grandi sono la forza e la suggestione della  Parola che assume nel deserto come per le vie di Gerusalemme quella tridimensionalità che a volte si perde, ogni qual volta lo scandalo dell’incarnazione si sposta sui lidi più “sicuri” e “comodi” del mito.

Le grandi parole della fede in Terra santa sono state e restano parole di carne e sangue, di popoli in cammino e spesso in lotta, di coscienze tormentate e vite dedite alla ricerca di Dio, di culture che si costruiscono, fioriscono e anelano alla sopravvivenza: così è della “salvezza”, così del “sacrificio”, così della “grazia”. E resta vero, palpabile con mano la potenza dell’inno cristologico di Paolo che in Filippesi esalta lo svuotamento del Figlio che assume la condizione di servo e diviene simile agli uomini: una similitudine che la teologia cristiana dei primi secoli non si è accontentata di stivare nella tranquilla biblioteca delle apparenze, ma ha ributtato addosso ai credenti nella forma della carne del Signore. Dentro questa concretezza vive una piccola comunità cristiana, articolata nella pasta dell’ecumene in cattolici, armeni, ortodossi, protestanti… arroccati nella basilica del Santo Sepolcro che con la sua architettura a più livelli racconta di una ricchezza messa a disagio da secoli di incomprensioni, dentro un habitat segnato da suoni diversi spesso urlati, vestiti diversi spesso stridenti, linguaggi e stili che fan persino pensare ad una Babele demoniaca.

È in questa Terra santa che alcune decine di giovani si sono addentrati. Lo hanno fatto con il passo entusiasta di chi ha desiderato vedere e toccare, percepire ed ascoltare, armati di smartphones e protesi ad una qualsiasi wi-fi per recuperare un po’ di  connessione, strutturale anche negli adulti più navigati. Sono entrati, innanzitutto nello spazio fisico della Terra santa: nella suggestione del deserto del Neghev con le sue tende, le sue albe e le sue rocce incise quasi da unghie dure e rapaci; nella drammatica convivenza di popoli diversi, nemici e gelosi di un’identità fatalmente reciproca, trovandosi a qualche centimetro da un mitra imbracciato da un giovane soldato israeliano, forse più giovane di loro; nelle oasi di Gerico, benedizione circondata dal duro deserto; nelle acque saline del Mar morto o sulle sponde ventilate del Lago di Tiberiade; nel panoramico terrazzone del Tabor, spazzato da un vento che ricorda le suggestioni bibliche sullo Spirito ed infine nelle affollate e caotiche vie dei quartieri di Gerusalemme. Lì sono entrati, accompagnati da qualcuno che ha costantemente ricordato loro che per quei luoghi esisteva - accanto ad una mappa geografica - anche un codice di Parola sempre disponibile ed una umanità che quel codice da secoli ha aperto, letto e ruminato. Il deserto ha assunto così il respiro della vocazione, il wadi quello delle scelte, le acque del Giordano il volto della grazia che accoglie, Betlemme la solidarietà del Dio “piccolo”, Gerusalemme il sapore acre del definitivo, del dono ed anche del tradimento amaro. Sono entrati giù, in basso, decine di volte: nelle grotte, nei sentieri, persino in una cisterna antichissima. Ma sono entrati soprattutto nella profondità di un cuore che la Parola ha saputo raggiungere e toccare.

E accanto a loro hanno ritrovato il sapore semplice e forte dell’Eucaristia, condivisa con altri giovani impegnati a fare la stessa strada, con la stessa curiosità e gli stessi dubbi. Con loro c’erano alcuni fratelli maggiori, che sicuramente hanno contemplato la libertà del Signore che scrive, parla e plasma nel mistero di ciascuno, sempre coerente con la scelta fatta da tempi immemorabili: un linguaggio umano, una terra umana, un’amicizia umana. E poi sono usciti, spinti dalla suggestione di Emmaus e dallo scadere fatale dei giorni, dalle attese areoportuali e dalla fatica dei trasporti. Hanno visto ed hanno colto che c’era da continuare a camminare; hanno ascoltato ed hanno colto che la Parola parlava non solo a loro, ma anche di loro; hanno lasciato per ritornare e riprendere un’ulteriore incarnazione, fatta di sfumature e esigenze differenti, ma sempre identica nella sua richiesta di fondo: vivere nell’umanità di Gesù.

Per loro molti hanno pregato e continueranno a farlo, perché si dipani con forza una vocazione grande, custodita dalle facili emozioni del momento, ma avvalorata dalla coscienza che nella vita esistono delle pietre che si possono prendere, collocare una sopra l’altra e trasformare in altari. Di qui il Signore è passato ed ha parlato, nella confusione delle lingue, con i graffiti dei muri di separazione, con la luce del sole e il vento della sera, con il Vangelo e l’Antico Testamento. Tutto così è diventato consegna che porterà frutto dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento. 

don Paolo Arienti

Il pellegrinaggio giorno per giorno

Nella foto i giovani cremonesi al Santo Sepolcro

 

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