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5 SETTEMBRE IN CATTEDRALE

«Testimoni credibili e veri
dell'umanesimo cristiano»
La prolusione del card. Scola
al convegno diocesano

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«Cristo non ci ha portato un nuovo umanesimo, inteso come una storia, una filosofia, un'ideologia, ma ha fatto ben di più, ci ha donato la sua umanità, se stesso uomo nuovo, "nuovo Adamo"». È questo uno dei passaggi fondamentali della prolusione che il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano e metropolita di Lombardia, ha offerto sabato 5 settembre, in Cattedrale, durante il convegno diocesano che ha dato avvio al nuovo anno pastorale. Nel massimo tempio cittadino gli operatori pastorali dell'intera Chiesa cremonese si sono radunati per riflettere su un tema affascinante e attuale: «In Gesù una nuova umanità. L'incontro con l'altro e la costituzione di una nuova identità sociale ed ecclesiale». Il porporato, accompagnato dal vescovo Dante, è apparso alle 21 precise dinanzi al portone del Duomo ed è stato subito accolto dal parroco, mons. Alberto Franzini e dal presidente del perinsigne capitolo, mons. Giuseppe Perotti. Dopo una breve preghiera presso la cappella dell'Adorazione, il cardinale si è portato sul presbiterio per ricevere il saluto del vescovo Dante.

Mons. Lafranconi ha spiegato all'arcivescovo il desiderio dell'intera diocesi di riflettere sul prossimo Convegno di Firenze che, nelle sue conclusioni, certamente illuminerà quegli aspetti pastorali che vanno approfonditi e potenziati: l'iniziazione cristiana, la famiglia e i giovani. Il presule non ha poi dimenticato l'imminente Giubileo della misericordia, la testimonianza di centinaia di cristiani perseguitati nel mondo e la canonizzazione del prete cremonese Beato Vincenzo Grossi, il prossimo 18 ottobre in Vaticano.
 
Un breve indirizzo di saluto è stato anche rivolto al porporato dal parroco, mons. Alberto Franzini che ha illustrato brevemente la serata, che è stata aperta da alcune poesie, declamate dai giovani attori Mattia Cabrini e Francesca Poli, sul tema del nascere e del morire. E mentre le parole rieccheggiavano tra le volte dell'edificio sacro, fasci di luce evidenziavano alcuni degli affreschi della navata centrale che raccontano il nascere e il morire di Gesù, quell'uomo nuovo che rende, chi lo segue, più uomo.
 
Scola esordendo a braccio ha magnificato le bellezze architettoniche e pittoriche della Cattedrale - «da quarant'anni che non ci entro» ha confidato - e ha ricordato l'antica amicizia col Vescovo Dante col quale condivide le comuni origini lariane.

Particolarmente denso e ricco di riferimenti biblici l'intervento preparato dall'arcivescovo ambrosiano. Nella prima parte il porporato si è soffermato sull'incontro con l'Altro - inteso come Cristo - genesi di una nuova identità ecclesiale.

«La comunità cristiana - ha esordito - si caratterizza per essere sempre una comunità di discepoli, cioè una comunità di uomini e donne permanentemente alla sequela di Gesù. L'altro da ospitare nella nostra vita è prima di tutto l'Altro con la "A" maiuscola, cioè Gesù che ci viene incontro e ci chiama a seguirlo».

Nella sequela della sua persona, Gesù educa i suoi discepoli ad aprirsi alla nuova mentalità chiamandoli a stare con Lui per tale motivo «la comunità cristiana è, per sua natura una comunità educante, un luogo vitale in cui, innanzitutto per osmosi e poi attraverso l'opera di immedesimazione alla Parola di Dio, della catechesi e delle altre forme di educazione alla fede, i cristiani sono permanentemente introdotti a quello che San Paolo chiama il pensiero e i sentimenti di Cristo. È proprio lo sguardo di Gesù sulla realtà, che comincia a vivere nel nostro sguardo, a far evidente a tutti la nuova umanità che caratterizza la vita cristiana».

Tutto questo, però, non deve far dimenticare anche le resistenze di ciascuno: seguire e farsi educare da Cristo comporta anche uan conversione permanente: «Convertirsi - ha spiegato l'arcivescovo - significa intraprendere la strada di Gesù, seguirlo nello stesso cammino di morte e risurrezione».

E, per il porporato, la conversione scaturisce dallo stupore di essere abbracciati dalla misericordia di Dio. In tal senso la Chiesa è, per utilizzare una bella espressione dello scrittore francese Pèguy: «come un chiodo di tenerezza piantato nel cuore» del nostro mondo.

Nella seconda parte del suo intervente il card. Scola ha spiegato che dall'identità ecclesiale nasce un'indomabile tensione sociale. «La Chiesa - ha proseguito - scaturita dall'incontro e dalla sequela di Gesù, è luogo di umanità redenta e rinnovata e vive della stessa apertura universale, cattolica, del Suo Signore. La dimensione dell'incontro con l'altro, con il diverso non è, pertanto, un optional ma caratterizza tutta la Chiesa che vive inesorabilmente nella storia. Non è legata solo un frangente storico radicalmente inedito come il nostro, nel quale una tale dimensione si impone a tutti i livelii. Incontrare l'altro è la modalità propria di essere "discepolo missionario"». Per il card. Scola questa apertura radicale caratterizza il cristiano e lo rende capace di incontrare tutti sempre e dovunque: «i cristiani non sono mossi da altro se non dal proporre in prima persona a tutti l'incontro con Gesù Cristo testimoniando come ha cambiato la loro vita e può cambiare la vita delle singole persone e dell'intera famiglia umana».

In questo senso «Cristo non ci ha portato un nuovo umanesimo, inteso come una storia, uan filosofia, un'ideologia, ma ha fatto ben di più, ci ha donato la sua nuova umanità, se stesso uomo nuovo, "nuovo Adamo"». Ciò significa che la fede deve sempre diventare cultura, vero e proprio umanesimo, ma quest'ultimo non potrà mai comprendere appieno l'esperienza cristiana. C'è un'eccedenza di Cristo che rende i cristiani attendi a non cadere nella tentazione dell'egemonia.

Infine da parte del card. Scola l'invito a percorrere sempre e dovunque la strada della testimonianza soprattutto in alcuni ambiti essenziali: gli affetti, il lavoro, il riposo e la festa, l'educazione, il dolore, la giustizia. Testimonianza, però, che non è solo buon esempio, ma che deve giungere fino alla conoscenza adeguata della realtà e diventare così comunicazione della verità.

Al termine della prolusione il cardinale ha risposto ad alcune domande del pubblico che vertevano in modo particolare sul senso della sequela di Cristo, della testimonianza evangelica e del rapporto tra misericordia e verità.

La serata si è quindi conclusa con il canto gioioso dell'Alleluia intonato dal Coro della Cattedrale diretto da don Graziano Ghisolfi e accompagnato al grande organo dal maestro Fausto Caporali.

E prima di riprendere la strada del ritorno a Milano il cardinale si è soffermato ad ammirare il catino absidale splendidamente illuminato.

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