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DIBATTITO ETICO

Anche a Cremona il registro
dei testamenti biologici?
La riflessione di un medico:
«Fondamentale il rapporto
tra paziente e sanitari»

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Il Comune di Cremona si appresta ad istituire, entro l’anno, un proprio registro dei testamenti biologici.  La notizia è apparsa sulla stampa locale e nazionale l’11 settembre scorso. Dopo l’ok della giunta del 9 settembre servono ancora un passaggio in Commissione Trasparenza e l’ultima delibera del Consiglio Comunale, dopo la quale, chi lo desidera, purché maggiorenne e non sottoposto a provvedimenti restrittivi della capacità di agire, potrà indicare a quali terapie essere o non essere sottoposto, qualora si dovesse trovare in condizioni critiche e non più in grado di comunicare. Si indicherà anche una persona di fiducia cui affidare l’adempimento delle proprie volontà.

Simili registri sono già stati adottati da vari comuni, piccole e grandi; per essere vincolanti devono però essere disciplinati da una legge nazionale, che al momento non c’è. Anche Cremona – o meglio la sua Amministrazione – sembrano quindi volersi accodare al folto elenco di comuni che hanno adottato iniziative sul testamento biologico. Secondo i proponenti del provvimento tutto questo darà finalmente attuazione piena all’articolo 32 della Costituzione, che al comma 2° recita: «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge». Giova ricordare che il medesimo articolo afferma subito dopo: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

La vicenda è in realtà molto complessa. Se ne potrebbe dibattere in lunghe dissertazioni, ma non è questa la sede e l’intenzione, specialmente perché tutte le iniziative sul biotestamento sono foriere di luoghi comuni, polemiche politiche, grandi proclami, scarsa attenzione e conoscenza degli aspetti scientifici. Tutte cose che interessano poco a chi, in prima persona o come familiare, si trova ad affrontare il dramma della malattia. Certamente imbarazzante è come, in tutta questa vicenda, la figura del medico sia ai margini, a dispetto della tanto necessaria alleanza terapeutica.

Giova porre alcuni punti fermi. Il consenso informato del paziente autodeterminantesi è sempre fondamentale e vincolante: ciò è tuttavia frutto di una relazione di cura, espressione di volontà attuali e di un confronto tra medico e paziente, senza mai dimenticare la rete di relazioni familiari. Nel caso del paziente incapace di esprimere un consenso attuale la legislazione rimette ad oggi ogni decisione al medico: ciò non vuole fornire un potere assolutistico di vita o di morte, piuttosto istituisce il medico come garante della persona ammalata, in virtù della sua competenza specifica professionale.

Anche il nuovo Codice di Deontologia Medica, approvato nel maggio 2014, contiene importanti novità in tal senso: è vero che apre alle “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”, preferendo tuttavia il termine “Dichiarazioni” a “Direttive”: il medico, pur tenendo conto delle volontà “dichiarate” ora per allora, non le attua acriticamente ma sottopone ad una verifica tali dichiarazioni, in base alla “loro congruenza logica e clinica con la condizione in atto...” (art. 38 Codice deontologico).  A chi spera in spinte in avanti verso forme di eutanasia la classe medica, all’articolo 17 del nuovo codice ricorda che “il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. Nessun medico per questo si ritiene onnipotente o cerca di andare contro la fisiologia del nostro corpo, quando morente.

La vicenda non è riducibile ad un foglio acquisito e posto in busta sigillata all’anagrafe. Bisogna ripartire dalla persona ammalata e sofferente, che vuole trovare ascolto, comprensione, cura: questa è l’esperienza di qualsiasi medico impegnato sul campo, quando si mette in gioco e cerca di instaurare una relazione vera con i propri pazienti. Tante volte la fretta, la burocrazia, le carenze organizzative, disumanizzano e impoveriscono la nostra professione.

Qualcuno, anche medico, potrebbe forse trovare più comodo non assumersi responsabilità, né dibattersi in questioni di appropriatezza e proporzionalità delle cure, demandando tutto a decisioni anticipate del paziente. È un approccio che non ci piace, poiché elimina tutta la relazione medico-paziente-familiari, basata su casi concreti, nel preciso momento in cui si attuano. L’esperienza insegna che si deve sempre passare dalla relazione di cura, in cui il medico può iniziare a presentare, con competenza e umanità, le possibili decisioni sul fine vita ai propri pazienti affetti da patologie degenerative o a prognosi infausta. 

Dobbiamo, come medici, riappropriarci del nostro ruolo di garanti a tutto campo della salute e della dignità della vita umana. Il medico, secondo scienza e coscienza, fedele al proprio codice deontologico, rifiuta sia l’accanimento che l’abbandono terapeutico e deve avvalersi delle cure palliative nelle fasi terminali della vita.

È necessario anche un recupero di fiducia nei confronti della professione medica, tante volte vittima di luoghi comuni e di un contenzioso economico-giudiziario senza precedenti. Deve passare inevitabilmente da questa strada ogni riflessione sul fine vita. A noi medici il compito di essere fedeli all’alta dignità umana della professione.

Dott. Michele Ceruti

 

 

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