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ANNO PASTORALE 2015
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OTTOBRE MISSIONARIO

Il saveriano pizzighettonese
padre Matteo Rebecchi
di nuovo nelle isole Mentawai
Territorio ancora molto isolato
e con un tipico sciamanesimo

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Nel contesto dal mese missionario, uno sguardo va anche all’Indonesia, dove da 15 anni opera padre Matteo Rebecchi, missionario saveriano originario di Pizzighettone. Fino al 2006 il suo ministero pastorale è stato nelle isole Mentawai, a Sumatra Occidentale. Dopo una esperienza a Jakarta, con l’impegno in una casa di formazione per i saveriani indonesiani e nel dialogo interreligioso, dallo scorso luglio si trova di nuovo nell’arcipelago delle Mentawai, questa volta però nella parrocchia di Siberut.

Nello scorso luglio mi sono trasferito dalla capitale indonesiana, Jakarta, alla parrocchia di Siberut, un paesotto situato nell’arcipelago delle Mentawai, a Sumatra Occidentale. Ero già stato alle Mentawai dal 2000 al 2006, per cui la realtà che ho incontrato non mi era completamente nuova. Le Mentawai sono una delle aree più tradizionali e antiche dell’Indonesia.

Una delle caratteristiche principali è il suo particolare tipo di sciamanesimo. A causa della posizione geografica che rende difficili i contatti con Sumatra, la cultura mentawaiana si è preservata quasi inalterata fino al secolo scorso. I primi contatti regolari con il resto del mondo sono databili all’inizio del 1900. Ma tenendo conto delle difficoltà di trasporto per l’assenza di strade (si viaggiava principalmente via fiume e via mare, o per sentieri fangosi per l’alta piovosità del luogo), si può immaginare che anche in tempi recenti in alcune zone dell’interno si vivesse, ed in alcuni casi si viva ancora, secondo lo stile di vita antico.

Queste isole sono state luogo di servizio di alcuni Saveriani cremonesi. I primi ad arrivarvi sono stati i fratelli Pietro e Angelo Calvi ,originari di Corte dei Frati, a cui hanno poi fatto seguito i padri Vinio Corda (Soresina) e Giovanni Lazzari (Cremona). Io, di Pizzighettone, sono l’ultimo delle lista.

Possiamo immaginare le difficoltà di adattamento e di lavoro all’arrivo dei primi missionari cattolici a Siberut sei decadi or sono. Tanto per dare un’idea, quando alla fine degli anni Sessanta padre Bagnara si stabilì a Sikabaluan per fondarvi la parrocchia, la prima cosa che fece fu quella di inchiodare la porta della canonica che abbandonò incustodita per iniziare un viaggio nella jungla che durò 2 mesi ininterrotti. L’obiettivo era quello di cercare gli indigeni per creare un primo contatto. Non fu un viaggio inutile. Ora, a distanza di anni, la maggioranza degli abitanti della zona di Sikabaluan sono cristiani.

Oggi molte cose sono cambiate. Le comunicazioni sono relativamente migliorate. Si viaggia ancora molto in barca, ma qualche villaggio lo si raggiunge abbastanza agevolmente a piedi (anche se non si tratta di brevi passeggiate). Finalmente qualche stradetta dal fondo in cemento inizia a collegare i vari centri. Ci sono le scuole. A Siberut si usa ormai il cellulare ed internet (la cui efficienza è però ancora soltanto “virtuale”).

Si presentano nuove sfide. La chiesa non ha più il monopolio delle scuole e della sanità, perché le strutture governative hanno raggiunto una certa efficienza. Non c’è più necessità che la diocesi gestisca una propria nave per garantire i rari rifornimenti ai vari centri parrocchiali, come si faceva in passato. Le comunicazioni sono ormai via telefono, e non più via radio. Tuttavia, lo sviluppo e la modernità hanno un impatto con la cultura tradizionale che può rivelarsi non sempre positivo. Si passa di colpo dall’isolamento ancestrale al collegamento con il resto del mondo. Plastica, televisione, motociclette e telefonini entrano prepotentemente in un ambiente che fino a ieri si confrontava esclusivamente con le sue credenze sciamaniche e non conosceva neppure la ruota. Si può immaginare che trasformazione stia avvenendo, ed in maniera molto veloce.

Che cosa fare allora? Se molti servizi sono garantiti dal governo indonesiano, ci si può allora concentrare maggiormente sulla formazione alla fede dei Mentawaiani, che in grande maggioranza hanno abbracciato il messaggio evangelico. Poi si rende necessario un cammino fatto insieme a loro per cercare di mettere in luce e preservare quei valori umani ed evangelici già presenti in questa cultura ancestrale e che rischiano di essere fagocitati e omologati dalla prepotenza penetrante della modernità globalizzata. Anche questa è una delle sfide che dobbiamo affrontare come missionari, affinché l’annuncio del Vangelo si contestualizzi in questo tempo di mutamento così particolare.

Chiudo con una piccola esperienza che ho potuto raccogliere durante un incontro al lume di lampada a petrolio in un villaggio dell’interno. Un anziano ha preso la parola e ha dichiarato con semplicità: “"rima che arrivasse la religione cattolica noi ci conoscevamo soltanto tra i membri dello stesso clan (la società è divisa in tribù). Se uno apparteneva ad un altro gruppo, non era un amico, era un estraneo, non visitava le nostre case… Talvolta, anzi, lo si considerava un nemico. Invece, da quando abbiamo accolto la religione cristiana ed il messaggio di Gesù, siamo diventati amici di tutti. Anche quelli degli altri clan ora sono nostri fratelli, ci si conosce, si collabora, ci si visita a vicenda e ci sentiamo tutti mentawaiani. Gesù ha portato la fraternità e la pace". Ascoltando queste semplici parole capivo che l’annuncio del Vangelo ha una potenza rivoluzionaria, anche se la misura dei suoi frutti rimane spesso nascosta agli occhi degli stessi annunciatori.

Muara Siberut
Mentawai – Sumatra
Indonesia
Ottobre 2015
p. Matteo Rebecchi SX

 

 

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