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INTERVISTA

Luciano Gualzetti, presidente
della Fondazione S. Bernardino
«Gioco d'azzardo, lo Stato
deve uscire dall'ambiguità»

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«È la direzione sbagliata, non si può condividere, anzi si deve invertire questa tendenza. Lo Stato deve uscire dall’ambiguità». È severo il giudizio di Luciano Gualzetti, presidente della Fondazione San Bernardino, che per le Diocesi lombarde si occupa di usura e di sovraindebitamento, riguardo alla possibilità di “aumentare” i punti per le scommesse. Perché il gioco d’azzardo è davvero una piaga sociale, che sta colpendo anche un minore su quattro. La Fondazione San Bernardino opera in tutta le Lombardia attraverso le Caritas diocesane che, con i propri Centri d’ascolto e di zona, garantiscono una presenza capillare.

 

Presidente Gualzetti, la questione del gioco d’azzardo è tornata prepotentemente nel dibattito pubblico dopo le notizie sulla legge di Stabilità. Anche se con qualche marcia indietro. Che ne pensa?

«Quello che ha scandalizzato è cercare di mettere in regola 5 mila punti di scommessa e poi rendere stabile la misura eccezionale adottata per il terremoto dell’Aquila sui 17 mila punti, arrivando alla cifra di 22 mila. Al momento non è dato di sapere se questo è confermato o meno, perché il testo deve essere approvato. Sicuramente il segnale è brutto, è un aumento considerevole dell’offerta ed è la direzione sbagliata. Questo orientamento da parte soprattutto del governo non è accettabile. Lo Stato si deve convincere che su un fenomeno come il gioco d’azzardo la direzione non è l’aumento dei punti di offerta, seguendo una logica erariale, fiscale, per fare cassa. Tra l’altro è una illusione. I dati dicono che c’è un aumento drammatico: siamo arrivati a 85 miliardi di euro giocati nel 2014, però le entrate per lo Stato diminuiscono. È per questo che si cerca di aumentare i punti scommesse, che garantiscono un’alta frequenza di gioco, ma una bassa rendita per lo Stato».

In queste decisioni gli interessi economici sono fortissimi...

«Infatti, in queste leggi c’è il contrario di tutto e non si capisce chi le inserisce. Ovviamente coloro che hanno grande interesse ad andare in questa direzione sono le concessionarie che fanno il vero affare sul gioco d’azzardo, ma le conseguenze sociali le gestiamo noi della società civile piuttosto che lo stesso Stato, perché gli effetti sociali sono onerosi. Sono volumi di consumo che non portano benessere sociale, non fanno bene all’economia ma solo a queste concessionarie e ai bar che hanno un margine sulle slot».

Una piaga che colpisce le fasce più deboli, meno attrezzate culturalmente?

«Il fenomeno drammatico riguarda i minori. Dai dati del 2014 emerge che un minore su quattro gioca d’azzardo: la maggioranza “gratta e vinci”, ma anche sale bingo, videopoker, slot machine, tutte vietate ma frequentate comunque da minori. Inoltre le persone colpite dalla crisi hanno trovato una strada irrazionale nel tentativo di risolvere i propri problemi giocando alla fortuna. Sappiamo che vincono in pochissimi e perdono quasi tutti, vince sempre il banco. Le persone più fragili, quelle che non vogliono perdere il loro potere d’acquisto piuttosto desiderano recuperarlo, si indebitano maggiormente. La Fondazione San Bernardino incontra sempre di più persone che si sono indebitate a causa del gioco e che rischiano di ricorrere all’usura, perché non sanno più come far fronte ai debiti contratti. D’altronde il gioco non mantiene le promesse, perché le vincite non arrivano».

Uno degli elementi più critici è il gioco online, che invece sembra aumenterà.

«L’online consente di giocare 24 ore su 24 con una tale frenesia con il rischio di una vera e propria patologia, dove il divertimento sparisce perché se uno non gioca non soddisfa il proprio impulso. Questo porta ad aggravare ancora di più la situazione».

Secondo lei la pubblicità su giochi e scommesse andrebbe vietata?

«È necessaria un’informazione precisa, senza ambiguità, che lo Stato deve fare anche attraverso questo controllo delle pubblicità, che dovrebbero essere abolite. Si tratta di pubblicità ingannevole che induce a vedere questo come un innocuo aspetto positivo della vita. Con la promessa di risolvere i tuoi problemi insinua soprattutto nei giovani l’idea che non è con il lavoro, con il sacrificio, con l’impegno che si trovano regolari entrate e si realizzano i propri progetti, ma con il colpo di fortuna si può vivere di rendita. Dal punto di vista culturale è devastante, soprattutto sulle nuove generazioni. A maggior ragione questo aspetto andrebbe regolato entrando in una logica di educazione all’uso del denaro, di una progettualità di vita diversa che riguarda la formazione del giovane».

Da più parti si denuncia l’infiltrazione mafiosa, con il controllo di questi affari da parte della criminalità...

«Sì, una delle giustificazioni che vengono portate soprattutto dalle grandi centrali del gioco è che loro farebbero emergere il gioco nero, clandestino. In realtà, accanto agli 85 miliardi di euro bruciati nel gioco, c’è una cifra controllata dalle organizzazioni criminali che attraverso questo riciclano il proprio denaro sporco, aprono filoni sull’usura, sul controllo del territorio».

Come si sta impegnando su questo fronte la Fondazione San Bernardino?

«Come Fondazione partiamo da due aspetti ben precisi degli effetti del gioco d’azzardo. Uno è l’indebitamento: per continuare a giocare, per la dipendenza che si è innescata oppure per risolvere i propri problemi. Come San Bernardino interveniamo sulla questione economica: sul totale delle persone che incontriamo, il 15-20% sono a causa del gioco. Si rivolgono a noi quando hanno prosciugato il proprio conto corrente, quello della moglie, hanno venduto i gioielli. L’altro approccio, quello di Caritas, prevede che se una persona è vittima di gioco patologico e ha una vera e propria dipendenza, non è certo risolvendogli il problema del bilancio familiare che si affronta la causa vera. Che invece è un’altra: è un rapporto con il gioco che supera certe soglie di frequenza, di importo, per cui non ha benessere se non gioca oltre un certo limite. Abbiamo una segreteria in Caritas che si occupava di dipendenze: prima erano soprattutto alcol e droghe, adesso anche il gioco d’azzardo. In collegamento con le Asl e altre associazioni (la più stretta con l’Associazione azzardo e nuove dipendenze) di aiuto alle famiglie, ai giocatori, con percorsi sanitari, spingiamo la persona a risolvere il proprio problema».

Un fenomeno dagli effetti devastanti in famiglia...

«Esatto. Arrivano da noi quando la situazione è veramente drammatica. Quello che colpisce è che i familiari si accorgono molto dopo, solo quando i conti correnti sono semivuoti e la situazione è degenerata. Il gioco non viene considerato un problema: prima di riconoscere che invece lo è passano mesi, a volte anni, distrugge generazioni e il patrimonio».

Pino Nardi

 

 

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