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ANNO PASTORALE 2015
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DAL 9 AL 13 NOVEMBRE

Aperto il convegno di Firenze
che segnerà il cammino
per i prossimi anni
Presente il vescovo Dante
con la delegazione diocesana

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“Fare il punto sul nostro cammino di fedeltà al rinnovamento promosso dal Concilio e aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo”: è questo lo scopo del quinto Convegno ecclesiale nazionale, che si è aperto nel pomeriggio di lunedì 9 novembre, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, dove sono convenute le quattro processioni dei 2.200 delegati di tutte le componenti della Chiesa italiana, provenienti dalle quattro basiliche maggiori. A Firenze è presente anche una delegazione della Diocesi di Cremona, guidata dal vescovo Dante Lafranconi, che è accompagnato da altri sette rappresentanti. Tra questi un solo sacerdote: don Luigi Donati Fogliazza, vicedirettore del Centro pastorale diocesano di Cremona, vice-responsabile dell’Ufficio Catechesi diocesano e insegnante presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Crema-Cremona-Lodi. A rappresentare i religiosi c'è una suora dell’Istituto delle Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda: suor Virginia Verga, responsabile della comunità di recupero di Marzalengo. Tra le quote rosa Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, attenta ai temi dell'educazione e del laicato, membro del Comitato per il Progetto culturale della CEI. Vi sono poi due giovani: Samuele Lanzi, docente di Storia e Filosofia presso il liceo Vida di Cremona e consulente del Consultorio Ucipem di Cremona; Mattia Cabrini, educatore che fa parte dello staff dell’Ufficio diocesano per la Pastorale giovanile. Infine due sposi: i coniugi Nelly e Paolo Reggiani, quest'ultimo da tre anni ricopre l’incarico di presidente del Movimento per la Vita di Cremona.

Il Cristianesimo – ha detto mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e presidente del Comitato preparatorio del Convegno ecclesiale nazionale – non è “un retaggio del passato o un ostacolo alla libertà”,  al contrario, “indica e orienta la via del futuro”. È a partire dai “fondamentali” del Cristianesimo, “che sono ad un tempo antropologici, culturali e spirituali”, che “il Vangelo e la vicinanza della comunità e dei cristiani possono risultare decisivi”. Firenze,  ha detto il card.  Giuseppe Betori, è una città in cui “l’affermazione dell’umano, nelle sue espressioni migliori, ha saputo legare insieme il senso alto della cultura e dell’arte con la cura del debole e l’esercizio della misericordia”. Questa città, ha proseguito l’arcivescovo salutando i convegnisti, “vi indica come un traguardo e una missione: una sintesi di ricerca sincera e intensa del vero, di espressione in superbe forme di bellezza, di passione generosa e multiforme di carità”.

“Discernimento” e “amore per questo nostro Paese”: sono le due parole d’ordine risuonate all’inizio della prolusione di mons. Nosiglia. Quello di Firenze vuole essere “un umanesimo che è in ascolto; concreto; plurale e integrale; d’interiorità e trascendenza”, in continuità con i Convegni ecclesiali di Palermo e di Verona, dove però – ha sottolineato Nosiglia – il “discernimento” è stata un’indicazione “non ancora pienamente accolta nelle nostre comunità che fanno fatica ad incarnarsi nei loro territori per diventarne lievito di umanità redenta e riconciliata perché fondata sulla misericordia di Dio”. “Sinodalità”, allora, per “rifuggire dalla tentazione di trasformare la nostra fede in ideologia” e operare “un serio lavoro sinodale di discernimento sul presente e sul futuro della Chiesa che è in Italia”.

Le “cinque vie” di Firenze “chiedono che cammino di fede e cammino ecclesiale diventino vie o almeno sentieri di umanizzazione  non da declinare in prospettiva intellettuale, bensì esistenziale”. È questo che chiede il Papa alla Chiesa italiana: una “cultura dell’incontro” e una teologia che “sappia abitare le frontiere e farsi carico dei conflitti”.

Serve speranza, in un Paese “che sta sempre più invecchiando, in cui la gente è sfiduciata e ripiegata su se stessa, dove le diseguaglianze sociali e le povertà non solo materiali  ma etiche e spirituali stanno crescendo”. La testimonianza dei credenti deve avere “il sapore e l’odore delle quotidiane sfide dell’esistenza”, e Firenze è “il contesto propizio per respirare una cura dell’umano scaturito dalla fede, un modello concreto  di come  la fede  può diventare anima di una cultura e di come la cultura può offrire al messaggio cristiano un alveo privilegiato per entrare con piena cittadinanza e novità dentro il pensiero, la storia e la vita di un popolo”. No al “politicamente corretto”, sì a laici, “donne e uomini, adulti nella fede” e in particolare alle donne, da valorizzare  “anche espandendo nuovi spazi di responsabilità, nei vari ambiti della missione della Chiesa  e nella società”.

È la famiglia la prima area d’impegno indicata come priorità nella prolusione:  “La famiglia voluta da Dio come custode della vita e fonte dell’autentico amore, in cui i figli possano e debbano usufruire dell’apporto congiunto del padre e della madre, resta l’architrave insostituibile di ogni società e garanzia del suo futuro e per questo va salvaguardata, promossa e valorizzata anche sul piano legislativo ed economico, nelle sue potenzialità umane, spirituali e sociale”.

Nell’ultima parte della sua prolusione, Nosiglia ha ripreso l’invito di Papa Francesco nella Laudato sì per ricordare che l’ecologia umana “è la prima a dover essere perseguita con la massima responsabilità da parte di tutti”: di qui la necessità di “contrastare e superare quella cultura dello scarto che si fonda sull’idolatria del denaro, sulla corruzione tanto diffusa che appare un comportamento normale, sulla illegalità, le mafie, le tangenti e l’inequità, che generano ingiustizie, discriminazioni e violenze verso i poveri, dai bambini agli anziani, dai senza dimora, ai precari e disoccupati o in cerca di lavoro, dai disabili ai malati terminali”. “Non ci stancheremo di denunciare potentati politici ed economico-finanziari che perseguono propri interessi personali o di cordata, a scapito del bene comune e di ogni regola etica di equità e solidarietà”, ha assicurato il presule. “Una denuncia che quando necessaria, può riguardare tutti e anche noi stessi”, chiamati “a rivedere e a cambiare scelte e comportamenti sociali e collettivi”.

 

Le cinque piste di lavoro del Convegno di Firenze

«Le cinque vie, cioè i cinque verbi dell’Evangelii Gaudium, sono i percorsi attraverso i quali oggi la Chiesa italiana può prendere tutto ciò che viene dal documento di papa Francesco e farlo diventare vita» (mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI). Uscire, Annunciare, Abitare, Educare, Trasfigurare sono le cinque «vie» lungo le quali la comunità ecclesiale italiana viene invitata a incamminarsi, cominciando con un esame di coscienza. Ma quali sono, e cosa significa ciascuna di esse?


Uscire. Incontro agli altri per purificare la fede

Uscire implica apertura e movimento, lasciare le porte aperte e mettersi in cammino. Senza apertura non c’è spazio per nient’altro che noi stessi; senza movimento la verità diventa un idolo («la fede vede nella misura in cui cammina», Lumen fidei, 9). È la disposizione preliminare a ogni altra, senza la quale ci si arrocca sulle proprie certezze come fossero un possesso da difendere e si rischia di diventare disumani. È l’atteggiamento che deve accompagnare ogni altra via, per evitarne le derive. Significa uscire dal proprio io ma anche da un noi difensivo; dai luoghi comuni e dall’ansia di classificare e contrapporre. Siamo capaci di metterci in movimento, spingendoci anche fuori dai territori dove ci sentiamo sicuri per andare incontro agli altri? Di ascoltare anche chi non la pensa come noi non per convincerlo, ma per lasciarci interpellare, purificare la nostra fede, camminare insieme, senza paura di perdere qualcosa? Di «camminare cantando»? (Laudato Si’ 244).


Annunciare. Testimoniare il Vangelo con la vita

Annunciare non è una scelta. Se davvero la gioia della buona notizia ci ha toccati nel profondo non possiamo tenerla per noi. Per annunciare bisogna uscire: «Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» (Evangelii Gaudium 23). «Annunciare» non è sinonimo di «enunciare»: comporta dinamismo appassionato e coinvolgimento integrale di sé, che il Papa riassume in 4 verbi: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare (EG 24). L’annuncio è testimonianza. «Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo» (Evangelii nuntiandi 75). Ne siamo capaci?


Abitare. Costruire dimore stabili aperte al mondo

Abitare in tante lingue è sinonimo di «vivere», perché solo l’uomo abita: non si limita a scavare una tana per sopravvivere ma, mentre si adatta all’ambiente, lo plasma secondo i significati che ha ereditato e condivide con il proprio gruppo. Abitare traduce nella concretezza dell’esistenza il «di più» che distingue l’uomo dal resto dei viventi e si esprime costruendo luoghi stabili per l’intreccio delle relazioni, perché la vita fiorisca: non solo la vita biologica, ma quella delle tradizioni, della cultura, dello spirito. È dimensione essenziale dell’Incarnazione, insieme a nascita e morte: «il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi». Ci può essere un abitare difensivo, che costruisce muri per marcare distanze o un abitare accogliente, che incorpora l’uscire e iscrive nello spazio segni capaci di educare e annunciare; che vede il mondo come «casa comune», per tutti i popoli. Qual è oggi il nostro contributo alle forme dell’abitare, nel suo significato più autentico?


Educare. Tirar fuori la passione per ciò che è vero e bello

Educare è il tema scelto dalla Chiesa per il decennio 2010-2020. A che cosa e in che modo vogliamo educarci ed educare per realizzare la nostra umanità? Intanto, l’umanesimo oggi deve essere «integrale e integrante» (Laudato si’ 141) perché «tutto è connesso». Questa «totalità integrata» non è un nostro prodotto ma un dono ricevuto: da qui gratitudine e responsabilità, non sfruttamento. Consapevoli che questo è un dono d’amore, da parte di un Padre nel quale siamo fratelli. L’educazione non può prescindere dalla relazione. Come educare? Prima di tutto «uscendo»: e-ducere è «tirar fuori», non riempire di nozioni. Uscire dai luoghi comuni, dal dato per scontato; riscoprire la meraviglia e la passione per ciò che è vero e bello. Rimettere al mondo: l’educatore è in un certo senso un ostetrico, che fa nascere la nostra umanità più piena: con l’esempio prima di tutto, risvegliando la scintilla di infinito che è in ciascuno. Ne siamo capaci? O preferiamo rifugiarci nel sapere preconfezionato?


Trasfigurare. La capacità di vedere oltre i limiti umani

Trasfigurare è ciò che compie Gesù quando, dopo aver vissuto fino in fondo la propria umanità morendo in croce, rivela la propria natura divina apparendo ai discepoli nello splendore della luce. Loro vorrebbero abitare stabilmente quel tempo-luogo, ma sono invitati ad andare nel mondo come testimoni. Trasfigurare, sintesi delle cinque vie, non è un’azione in nostro potere. Possiamo solo metterci a disposizione, fidandoci e lasciandoci portare dove non sapremmo mai andare da soli. La via della trasfigurazione è via di bellezza, che rivela l’unità profonda tra bontà e verità, terra e cielo. Ci rende capaci di vedere oltre i confini delle cose, cogliendo l’unità profonda di tutto e, pur coi nostri limiti, farci testimoni di Gesù. Siamo capaci di coltivare la nostra capacità di aprirci alla grazia, con la vita spirituale e i sacramenti? Di testimoniare in modo profetico la bellezza del Vangelo?

 

 

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